Questo racconto è giunto in forma anonima alla nostra redazione. L’abbiamo letto, ci è piaciuto e abbiamo deciso di pubblicarlo, perchè è una fotografia, molto nitida, dei tempi che corrono.
Per la prima volta in tanti anni, non appena mise piede fuori di casa, le sembrò una città diversa…eppure, era la sua città, sempre quella…non l’aveva mai cambiata, c’era riuscita: era riuscita a vivere lì e sperava che fosse per sempre.
Non l’avevano cacciata, come avevano fatto con molti dei suoi vecchi amici. No: lei aveva vinto e loro avevano perso. Gioia, che in Sicilia – più che un nome – sembra un vezzeggiativo dato da un padre alla propria bambina, cominciava il suo nuovo lavoro a Palermo. E tutto quello che aveva sempre fatto fino ad allora, uscendo di casa, le sembrò diverso, come la sua città.
Togliere la catena a quel vecchio motorino, metterlo in moto con le stesse identiche difficoltà di ogni giorno, partire alla volta dell’ufficio – quest’ultima cosa, a pensarci bene, era davvero diversa – fare lo slalom tra le macchine irrimediabilmente in coda, fermarsi sotto un portone, qualunque esso fosse, per fumare la prima sigaretta della giornata, approfittando della manciata di minuti ancora a sua disposizione.
Gioia, che non era mai stata particolarmente felice, a dispetto del suo nome, quella mattina felice si sentì sul serio. Mentre, per la prima volta, varcava la soglia dello spazio che le avevano assegnato dopo la firma del contratto, si guardava attorno: scrivania, computer, telefono. Un paio di piante finte a fare da ulteriore coreografia all’ambiente.
A volte la felicità può assumere i contorni più strani. Può identificarsi sotto forma di otto ore di lavoro davanti a un monitor, con le pause per fare la pipì e per consumare il pranzo stabilite dal contratto.
E poco le importa che il suo vicino di postazione detesti profondamente la sua città, lui che per lavoro è stato costretto ad abbandonare la provincia, ma che ci ritorna ogni fine settimana, lasciandosi alle spalle (e ben volentieri!) quel posto che non ama e che, forse, non amerà mai. [Continua...»]
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