Società

È da un po’ di tempo che mi frullava per la testa il pensiero di buttar giù due righe per far capire agli altri cosa si prova quando si viene derubati del proprio lavoro.

Avete capito bene, ho scritto proprio “derubati” e il crimine è ancora più abietto e aberrante, se si pensa che rubando a un uomo il suo lavoro, lo si priva della sua dignità e, soprattutto, dei suoi sogni.

Il tutto è cominciato il 13 novembre 2008, ma in realtà era stato pensato e deciso in altre sedi già a marzo dello stesso anno solo che, per ovvi motivi, non era opportuno, né ragionevole, palesarlo prima.

Per utilizzare la stessa terminologia di chi ce lo ha comunicato, si è trattato del classico “fulmine a ciel sereno”. E qui mi scapperebbe anche da ridere, se non fosse che si tratta di un argomento piuttosto serio.

Scusate, mi accorgo solo adesso che non mi sono ancora presentato. Sono Giuseppe, uno dei assunti con un falso a , da una falsa azienda priva di scrupoli.

La nostra attività consisteva nel rispondere alle richieste dei clienti (segmento corporate, per intenderci: clienti aziendali e non con schede ricaricabili) che chiamavano il servizio al 1928.

In altri termini, lavoravamo all’interno di un , la fabbrica del futuro, all’interno del quale si trova personale composto per la maggior parte da persone laureate o, comunque, con formazione universitaria, che per meno di 1000 € al mese (retribuzione tipo per un dipendente full time, ma i part time sono i più presenti) si sorbisce le continue lamentele del cliente non informato in maniera corretta dall’agente di vendita o, più correttamente, raggirato dallo stesso.

Abbiamo sempre svolto la nostra attività con passione e dedizione, per una forma di rispetto verso noi stessi, ancor prima che verso il cliente. Abbiamo sempre pensato che il lavoro costituisca uno strumento di crescita personale, ancor prima che professionale. Pensavamo che bastasse lavorare bene, per continuare a poterlo fare, ma ci sbagliavamo.

E non parlatemi di crisi. Il nostro lavoro è stato assegnato a un’altra azienda, che ha offerto un costo più basso e che, al momento, sta illudendo altri giovani, nostri futuri compagni di sventura.

La legge non può far nulla, dal momento che questi signori la conoscono alla perfezione e la aggirano assistiti dai loro legali. I nostri sforzi sono stati vanificate e immolati sull’altare della ragione economica e del business più sfrenato, che vuole vedere numeri laddove invece ci sono persone e che, in nome delle logiche di profitto, non esita a gettare sul lastrico dipendenti a .

C’è da chiedersi quale sarà il futuro del nostro Paese. È inutile che ci lamentiamo dei , se poi non diamo modo a queste persone di poter pianificare la loro vita. Tra di noi ci sono coppie che, illudendosi di aver raggiunto la tanta agognata stabilità economica, avevano gettato le basi per nuove famiglie. Chi pagherà i nostri mutui? I nostri affitti? Chi si farà carico dei nostri bambini?

Scusate: non vorrei fare retorica, ma ho l’impressione di trovarmi in un Paese che vive a due velocità, in cui una parte della gente (la maggioranza, per inciso) arranca per arrivare a fine mese, e una sparuta minoranza continua ad accumulare ricchezze in barba alla povera gente.

Non voglio farne un problema di caratura sociale, perché si tratta di qualcosa di reale che domani potrebbe toccare a ognuno di voi. Del resto, ci è stato detto a ogni incontro, istituzionale o meno, cui siamo stai presenti: voi siete solo la punta di un iceberg! Ma i ghiacciai non si stavano sciogliendo? Chi li capisce è bravo.

Giuseppe Conigliaro
ex dipendente Service Center s.p.a.

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