L’associazione “Laboratorio Università” apprende che l’amministrazione universitaria ha inviato in questi giorni le note di preavviso per la risoluzione del rapporto di lavoro a numerosi colleghi ricercatori con 40 anni di attività contributiva.
Tale attività di notifica discende da un atto di indirizzo, proposto alla deliberazione degli organi collegiali a fine dicembre e approvato a maggioranza, sulla base di una discussa interpretazione della legge finanziaria, che espressamente esclude dalla applicazione “magistrati e professori universitari”.
Numerose e tutte conducenti potrebbero essere le argomentazioni contrarie alla scelta che è stata operata, peraltro già discusse in varie sedi e da diversi organismi di categoria. Esse, certamente, troveranno sedi di valutazione più appropriate. Tale scelta rappresenta comunque un pericoloso precedente e sembrerebbe già attivare i soliti meccanismi di discrezionalità oltre che discriminatori.
Tra le argomentazioni a sfavore, tuttavia, spicca il principio della assurda esclusione dalla qualifica di “professori universitari”, espressamente operata dall’Ateneo di Messina, di colleghi ricercatori che, oltre l’attività di ricerca e, spesso, anche quella clinica, hanno, nella maggior parte dei casi, sostenuto l’attività didattica per garantire i “requisiti minimi” dei corsi di laurea attivati dall’Ateneo. Con una ricaduta sulla sostenibilità degli stessi ancora non del tutto accertabile.
Non risulta, infatti, alcuna previa valutazione in ordine alle esigenze didattiche, scientifiche e, nel caso dei medici, assistenziali che i ricercatori posti in pensionamento coatto assicuravano. L’Ateneo, al quale questi colleghi hanno dedicato gli anni più intensi della propria attività, si è comportato, quindi, nei loro confronti come una “matrigna”, disconoscendo -nella volontà di applicare un potere attribuito solo in via “potenziale”- il contributo già fornito, e a priori negando il ruolo che molti di essi potrebbero ancora svolgere in relazione ai criteri di efficienza previsti.
Al di là delle considerazioni di ordine specifico, tuttavia, è tanto più amara questa iniziativa se si considera che essa è stata presa esclusivamente “per assicurare l’equilibrio di bilancio”. E ciò mentre, paradossalmente, si continua ad assumere, mediante scorrimento di graduatorie, personale tecnico-amministrativo in mancanza di uno studio organico del fabbisogno di personale e di eventuali esuberi di personale docente.
Appare pertanto verosimile che tale iniziativa sia stata, piuttosto, funzionale alla necessità di mascherare inefficienze gestionali di questi anni, non imputabili alle sofferenze finanziarie derivanti da una riduzione complessiva del finanziamento del sistema universitario.
Se è vero che gli oneri per il personale (gli assegni fissi) sono ormai ben oltre i limiti consentiti (97,5% del FFO), con una preoccupante serie di potenziali ricadute negative, è anche vero che - classifiche a parte- il Fondo di finanziamento ordinario (FFO) assegnato al nostro Ateneo nel 2009 (circa 176 MEuro) – sia su base storica sia su base valutativa- si è fortemente ridotto, portandosi a livelli inferiori a quelli del 2004, ed è destinato a ridursi ulteriormente anche per effetto dell’incremento della quota assegnata su base valutativa.
Nicola Belnome (l’autore è segretario dell’associazione Lab@Unime e questa è solo la prima parte del suo post. Domani BSicilia pubblicherà la seconda parte)


















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