E’ successo di nuovo. La terra non ha tremato a causa di un terremoto questa volta, ma l’aria ha vibrato per le esplosioni seguite al deragliamento di un vagone merci che trasportava gpl nei pressi della stazione di Viareggio.
Cinque i palazzi circostanti coinvolti nell’incidente, due dei quali crollati del tutto. Diciotto (finora) le vittime accertate, ma ci sono ancora ventitre feriti (di cui alcuni molto gravi) negli ospedali e un numero imprecisato di dispersi.
E, fino a qui, la cronaca scarna dei fatti che, tanto per cambiare, include anche un Siciliano, emigrato a Viareggio tanti anni fa per lavorare. Il resto - le cause, le responsabilità, i colpevoli ancora ignoti - si troverà (?) dopo le indagini della magistratura.
E’ di qualche mese fa un mio “sfogo” pubblicato su alcuni quotidiani on line ove, fra l’altro, elencavo le opere che ritenevo molto più urgenti del ponte di Messina. Fra queste, era mia intenzione far arrivare ai “sordi” della politica, le condizioni delle scuole in Sicilia, molte delle quali fatiscenti e costruite durante il regime fascista.

Come al solito…silenzio! Nessuno mi ha denunciato per procurato allarme! Bene, sono salvo, di nome e di fatto. Però una notizia è apparsa qualche giorno fa, timidamente su pochi quotidiani ancora liberi, sulla chiusura di una delle più importanti scuole di Catania, la Musco. Difatti, dopo vari esposti e segnalazioni, i vigili del fuoco dichiaravano che sarebbe bastata una scossa di media intensità per crollare tutto l’edificio, avendo travi e pilastri rovinati.
Forse non tutti sanno, compreso Santoro, che anticamente in Sicilia, in alcuni funerali importanti, venivano chiamate a pagamento le prefiche. Erano delle donne, vestite rigorosamente a lutto, che avevano il compito di fornire un piagnisteo, quasi come una cantilena cacofonica che si chiamava “trivulu”. Da allora è rimasto il detto: “non mi ittari u trivulu”, nel senso di non gufare con pianti inutili e soprattutto fastidiosi al sistema nervoso.

Detto ciò mi sorge spontaneo il dubbio che, anziché invitare dei politici alla trasmissione “Annozero”, non sarebbe stato meglio invitare delle prefiche anche perchè, guardando tutto ciò che è stato trasmesso dalle varie tv, ne avrebbero trovate quante ne volevano. Altro che nell’antichità. Avremmo pianto tutti e avremmo visto la trasmissione con la commozione che il momento meritava. Invece no. Neanche una lacrima, né una carezza a qualche sopravvissuta che avrebbe potuto farci addolorare. Niente! Una trasmissione indecente…è stata da qualcuno…
Sono tornato in Sicilia, a Castellammare del Golfo, ormai da cinque giorni, dopo aver vissuto il tremendo terremoto che ha colpito l’Abruzzo, alle 3:32 del 6 aprile. Era ormai da tre anni e mezzo che stavo a L’Aquila per motivi di studio.

E’ stata un esperienza terribile. Mentre dormivo, ho sentito un enorme boato e il letto che si spostava. Non ho fatto in tempo ad alzarmi, che già se n’era andata via la luce. Dappertutto c’erano oggetti che cadevano.
Quello che è successo nella notte tra domenica e lunedì in Abruzzo ha riportato alla memoria collettiva dei Siciliani il secondo - in ordine di tempo - dei due violenti terremoti che sconvolsero l’isola. Ci riferiamo a quello della Valle del Belice che, nel gennaio del 1968 rase letteralmente al suolo 14 Comuni tra le province di Trapani, Agrigento e persino Palermo.

Quella che vedete qui sopra è una foto recente del centro storico di Salemi dove ancora oggi, a distanza di oltre 40 anni, esistono ( e resistono) i ruderi lasciati da quella notte di devastazione, molto simile a quella appena trascorsa a L’Aquila e nel suo circondario.