Guardandoli di nascosto, ciascuno con un libro in mano, mi sono sempre chiesto cosa spinge la gente a entrare in libreria.
Un libro non si mangia. Quelle pagine non ci vestono.
Potremmo allora sentenziare che si tratta di un bene superfluo, sicuramente non necessario?
Niente di più sbagliato. Ogni libro ci offre una parte irripetibile di noi: nascosta, ignota fino a quel momento, preziosa come l’acqua e l’aria.
Come lo scalpello dello scultore estrae dal marmo forme sempre nuove, un libro ci rende sempre e comunque diversi, mostrandoci le mille anime della nostra infinita umanità.
Da un pezzo Totò seguiva quella borsa.
Ignara di tutto, appoggiandosi al bastone, la vecchietta passeggiava serena.
Alcuni minuti e Totò avrebbe completato il lavoro.
Malauguratamente, però, la preda cambiò strada all’improvviso, persuadendosi a entrare in libreria.
“Pazienza, farò il colpo dentro” – pensò Totò, per nulla infastidito dal contrattempo.
La seguì nelle stanze, aspettando il momento propizio per scipparla.
Fino a che, girandosi con un dolce sorriso, quella gli offrì un libro.
Poi pagò il conto e sparì.
Tornato a casa, Totò lesse il libro. E la sua vita cambiò.
La ragazza lo scelse fra centinaia e lui si abbandonò, aprendosi ai suoi occhi.
Quelle dita gentili e profumate lo fecero vibrare di passione e desiderio.
Era la prima volta che gli capitava!
Le offrì parole dolci mai sussurrate, pensieri nascosti e intriganti, ricche e impegnative promesse: tutto quello che aveva dentro, insomma. E tuttavia…
“È vero, dunque, che la volubilità è donna!” mormorò sconsolato, mentre distrattamente quella lo chiudeva, interessata dal colore e dal titolo di un altro libro.
Sullo scaffale, senza neppure l’elemosina di uno sguardo, ritornò alla sua vita fatta di lunghissime attese.
Sugar, il leone, terrorizzava tutti.
La scimmietta Abdullàh, per ingraziarselo, malignò che anche l’elefante Pasquale da un pezzo si proclamava re della foresta.
“Ora lo mangio e metto a posto le gerarchie” urlò Sugar, correndo in cerca del malcapitato.
Quello, una pasta di animale, per tenerselo buono gli comprò una tonnellata di carne.
A pancia piena, Sugar stabilì che non è bella cosa la guerra, specie se di fronte hai bestie più grosse di te.
Perciò, dopo avergli chiesto l’indirizzo del supermercato, gli propose di fare il re un giorno per uno.
Una stretta di zampa suggellò il patto e quasi tutti da allora vissero felici e contenti.
Per quanto ci girasse intorno, l’oratore non riusciva a chiarire il concetto.
La questione dibattuta era seria e importante: “L’integrazione fra diverse etnìe. Cosa fare?”
Le parole continuavano a ruotare sulla testa di ognuno, e come una fitta coperta cominciavano a soffocare i pensieri.
Fu allora che uno si alzò.
A passo spedito si avviò verso il palco, ci salì sopra e, rivolgendosi al pubblico, disse: “Sono un poeta, amo le parole, ma penso che a volte se ne dicono troppe.”
Detto questo, abbracciò l’oratore, un filosofo romeno sulla sessantina, e nello stupore generale lo baciò forte sulla bocca.
“Un intellettuale dice una cosa semplice in modo difficile. Un artista dice una cosa difficile in maniera semplice.”
La tempesta lo aveva portato su quel piccolo lembo di terra.
Girandola in lungo e largo, aveva constatato che i pochi abitanti erano tutti malati: pazzi, per la precisione.
- “Sarò il loro re! Lavoreranno per me e diventerò ricco.” aveva sentenziato.
Per mesi parlò al vento, però, visto che i sudditi non lo ascoltavano, ognuno inseguendo le proprie illusioni.
Alla fine decise di scappare.
- “Prima che diventi pazzo come loro!”, ammise preoccupato.
Così costruì una zattera, la riempì di viveri e prese il largo.
- “Povero pazzo!” esclamarono in coro gli isolani, guardando il piccolo punto scuro sballottato dalle onde gigantesche di un mare senza fine.