Archivio



Aldo Maturo, su Agoravox, scrive: “Quando i clandestini eravamo noi”

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.

Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.

Clandestina in patria - Seconda Parte

Quando ho cominciato a viaggiare - per piacere e non per necessità - mi sono, pian piano, immersa in altre culture, altre tradizioni, altri modi di vivere, altre abitudini. Non avendo i mezzi (e non ritenendoli indispensabili) per soggiornare in alberghi a cinque stelle, mi sono adattata a ogni tipo di sistemazione.

Qualche volta mi è capitato anche di trovarmi in difficoltà e, ogni volta, ho ricevuto aiuto dai “clandestini” che vivono negli altri Paesi del mondo. Nel momento del bisogno, nessuno di loro mi ha chiesto di mostrargli il mio passaporto o ha preteso di sapere subito chi fossi, da dove venissi e se fossi in regola con il permesso di soggiorno.

Clandestina in patria - Prima Parte

Io mi lamento praticamente ogni giorno della mia vita, ma ho avuto una grande fortuna…anzi, più di una. Sono nata da una coppia di italiani (Siciliani sì, ma pur sempre Italiani), che gode (ancora) di tutti i diritti della sua nazionalità.

La mia terra non è ricca, non nel senso comune del termine almeno, ma i miei genitori sono sempre riusciti a vivere onestamente dei loro stipendi e a mantenere tre figli, senza chiedere niente a nessuno.