La ragazza lo scelse fra centinaia e lui si abbandonò, aprendosi ai suoi occhi.
Quelle dita gentili e profumate lo fecero vibrare di passione e desiderio.
Era la prima volta che gli capitava!
Le offrì parole dolci mai sussurrate, pensieri nascosti e intriganti, ricche e impegnative promesse: tutto quello che aveva dentro, insomma. E tuttavia…
“È vero, dunque, che la volubilità è donna!” mormorò sconsolato, mentre distrattamente quella lo chiudeva, interessata dal colore e dal titolo di un altro libro.
Sullo scaffale, senza neppure l’elemosina di uno sguardo, ritornò alla sua vita fatta di lunghissime attese.
Sugar, il leone, terrorizzava tutti.
La scimmietta Abdullàh, per ingraziarselo, malignò che anche l’elefante Pasquale da un pezzo si proclamava re della foresta.
“Ora lo mangio e metto a posto le gerarchie” urlò Sugar, correndo in cerca del malcapitato.
Quello, una pasta di animale, per tenerselo buono gli comprò una tonnellata di carne.
A pancia piena, Sugar stabilì che non è bella cosa la guerra, specie se di fronte hai bestie più grosse di te.
Perciò, dopo avergli chiesto l’indirizzo del supermercato, gli propose di fare il re un giorno per uno.
Una stretta di zampa suggellò il patto e quasi tutti da allora vissero felici e contenti.
Per quanto ci girasse intorno, l’oratore non riusciva a chiarire il concetto.
La questione dibattuta era seria e importante: “L’integrazione fra diverse etnìe. Cosa fare?”
Le parole continuavano a ruotare sulla testa di ognuno, e come una fitta coperta cominciavano a soffocare i pensieri.
Fu allora che uno si alzò.
A passo spedito si avviò verso il palco, ci salì sopra e, rivolgendosi al pubblico, disse: “Sono un poeta, amo le parole, ma penso che a volte se ne dicono troppe.”
Detto questo, abbracciò l’oratore, un filosofo romeno sulla sessantina, e nello stupore generale lo baciò forte sulla bocca.
“Un intellettuale dice una cosa semplice in modo difficile. Un artista dice una cosa difficile in maniera semplice.”
La tempesta lo aveva portato su quel piccolo lembo di terra.
Girandola in lungo e largo, aveva constatato che i pochi abitanti erano tutti malati: pazzi, per la precisione.
- “Sarò il loro re! Lavoreranno per me e diventerò ricco.” aveva sentenziato.
Per mesi parlò al vento, però, visto che i sudditi non lo ascoltavano, ognuno inseguendo le proprie illusioni.
Alla fine decise di scappare.
- “Prima che diventi pazzo come loro!”, ammise preoccupato.
Così costruì una zattera, la riempì di viveri e prese il largo.
- “Povero pazzo!” esclamarono in coro gli isolani, guardando il piccolo punto scuro sballottato dalle onde gigantesche di un mare senza fine.
Se ne stava seduto al tavolino del bar, davanti a una coppa di gelato più grande di lui.
Accanto, la nonna non finiva di mangiarselo con gli occhi.
Appollaiato sopra due sedie, infilate una sull’altra per arrivare all’oggetto del desiderio, quel batuffolo di appena tre anni affondava con gusto la brioche dentro la montagna di cioccolato.
Socchiudendo con voluttà gli occhi, Flavio portava lentamente alla bocca un pezzo dopo l’altro, tenendolo ben stretto fra pollice e indice.
Comiche forme scure le sue mani disegnavano sulla faccia e, non poteva essere altrimenti, anche sopra la magliettina nuova.
Il suo sorriso fermava il tempo, ripagando ogni fatica.
Anche questa, se vogliamo, è felicità!
Fu vero amore. A prima vista.
Quando la vide per strada venne ammaliato da quegli occhi teneri, dolci e senza difesa.
Se la strinse teneramente al petto e, senza pensarci due volte, se la portò a casa.
Rientrando, la moglie li trovò abbracciati sul divano, come due innamorati al primo appuntamento.
Non disse nulla, però.
Anzi, si unì a loro, benedicendo Giorgio per avere salvato dalla strada quella creatura.
Decisero di chiamarla Chicca.
E quella cagnetta, giorno per giorno, restituì a mamma e papà tutto l’amore ricevuto.