Quando ho cominciato a viaggiare - per piacere e non per necessità - mi sono, pian piano, immersa in altre culture, altre tradizioni, altri modi di vivere, altre abitudini. Non avendo i mezzi (e non ritenendoli indispensabili) per soggiornare in alberghi a cinque stelle, mi sono adattata a ogni tipo di sistemazione.
Qualche volta mi è capitato anche di trovarmi in difficoltà e, ogni volta, ho ricevuto aiuto dai “clandestini” che vivono negli altri Paesi del mondo. Nel momento del bisogno, nessuno di loro mi ha chiesto di mostrargli il mio passaporto o ha preteso di sapere subito chi fossi, da dove venissi e se fossi in regola con il permesso di soggiorno.
Mi hanno teso la mano, e basta. Le chiacchiere sono venute dopo. Se incontrassi di nuovo tutte queste persone in Italia - che un tempo credevo essere il mio paese…adesso non ne sono più così tanto sicura - cosa dovrei dire loro? Di essere diventata “clandestina in patria”?


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