Si svolgerà domani, dalle 20, presso il ristorante “Mediterranima” di via dei Gigli, a Milazzo, una serata dal titolo “Dalle bombe al Ponte”, che intende, nel compimento del diciottesimo anniversario della strage di via D’Amelio, fare il punto sulle trame stragiste di Cosa Nostra dei primi anni Novanta e sul loro collegamento con l’evoluzione politica nel nostro Paese, per finire al tema delle Grandi Opere, prima fra tutte il Ponte sullo Stretto, sulle quali da sempre si è paventata l’occulta presenza inquinante degli interessi mafiosi.
Coerentemente con l’apertura della serata, alle 22:30 seguirà il concerto dei “Terrae”, che avranno modo di presentare i brani del loro ultimo album “Unknown People”, a coronamento di una serata nel nome dell’impegno civile e antimafia modulata su più linguaggi.
Per ciò che riguarda l’incontro-intervista di apertura, si tratta di articolare in modo inedito un tema che in maniera sempre più nitida pare delinearsi man mano che i tempi della verità, giudiziaria ma innanzitutto storica, maturano, ma che raramente ha trovato una trattazione comune che ne tirasse le fila. Proveranno a tracciarne delle linee di omogeneità due esperti di tematiche antimafia e interessi criminali sul territorio: Santo Laganà, giornalista e animatore milazzese dell’Associazione Antimafie “Rita Atria”, e Antonio Mazzeo, autore de “I padrini del Ponte – Affari di Mafia sullo Stretto”.
L’incontro sarà condotto, attraverso una sorta d’intervista ai due ospiti, dal giornalista Fabrizio Scibilia, fra l’altro uno dei soci fondatori della cooperativa sociale Settima Stella, che gestisce il ristorante dal 2001 ispirandosi ai principi del reinserimento lavorativo di fasce sociali svantaggiate e al recupero della tradizione gastronomica locale come pezzo irrinunciabile dell’identità culturale del territorio. All’interno del ristorante, appunto, i partecipanti all’incontro -per il quale l’ingresso è ovviamente del tutto libero- potranno trovare un adeguato punto ristoro, prima di immergersi nelle sonorità avvolgenti della “world music” dei Terrae.
Il contributo della Compagnia di Musiche Popolari siciliana segue in maniera coerente l’incontro di apertura. Anche il lavoro del gruppo è infatti ispirato a una precisa finalità di impegno civile e politico: l’idea di raccontare in musica alcuni momenti significativi della storia siciliana, nei quali il popolo dell’isola ha saputo ribellarsi a dominazioni vessatorie.
Rivolte e moti, che, però, sono stati regolarmente soffocati nel sangue o comunque tacitati da ingannevoli promesse di cambiamento: dai Vespri alla rivolta antispagnola di Messina, dalla venuta dei Mille, coi tragici fatti di Bronte, fino ai Fasci Siciliani, da Portella della Ginestra alla rivolta delle tonnare, la storia della Sicilia è un florilegio di aneliti frustrati all’autodeterminazione e al riscatto, a dispetto dell’immagine spesso stereotipata ed inesatta di un atavico e rassegnato fatalismo.
“Unknown People” è un album “concept”, dove ogni brano si tiene con il seguente e l’ultimo riprende il primo, ed in cui la parte del leone la fa il dialetto siciliano, cioè la lingua attraverso cui braccianti, bambini, rivoltosi, carcerati, pescatori -la “gente sconosciuta” del titolo dell’opera- finalmente diventano protagonisti di 700 anni di storia riscritta secondo la visione degli umili e degli ultimi. Ma non mancano le contaminazioni linguistiche, nel rispetto delle tante dominazioni che hanno lasciato scie feconde nel tessuto culturale siciliano, anche a livello popolare.
Le sonorità consolidate dal quartetto formato da Antonio Livoti (chitarra, plettri, voce), Francesco Di Stasio (contrabbasso), Cesare Frisina (violino, voce), Giorgio Rizzo (percussioni), Nay (voce), pur omaggiando alcune architravi della musica etnica, come i conterranei della Taberna Mylaensis, non trascurano in questo caso anche elementi elettronici, chitarre elettriche e voci femminili, che mirano, da un punto di vista strettamente musicale, a ridefinire la “world music” come “musica popolare contemporanea”.

Concept…ualmente, gran bella pinzata, quella di lasciar la parte del leone alla lingua siciliana. Un “pròsita” ai Terrae, che si estende al contributo della Compagnia Musiche Popolari Siciliana e all’impegno civile e politico dell’intero concept della manifestazione, rivolta a ricordare e onorare i Martiri di via D’Amelio e indagare sui collegamenti politico-affaristici dell’epoca. Epperò, a ciò che in toto condivido, devo necessariamente fare un appunto e un contrappunto. L’appunto è quello che la venuta dei mille non comportò i soli, tragici fatti di Bronte, ma diede inizio a uno sfascio economico e politico e culturale e industriale ecchippiù, tale da porre fine al regno dei primati e gettare le basi dello sviluppo del fenomeno mafioso (che nel regno delle Due Sicilie non esisteva), facendo sbummicare quella questione meridionale tuttora irrisolta che, lombrosianamente, riuscì ad inchiodare, alle coscienze del Sud (cornuti e mazziati), i sensi di colpa che i romanzetti risorgimentali e strappalacrime dell’immobilismo sacrale della ufficialità crearono artatamente. Praticamente una sporca guerra di conquista, addirittura non dichiarata, che da paese di migrati ci trasformò in paese di migranti. Il contrappunto riguarda invece la costruzione del ponte, che al sottoscritto pare essere una occasione di riscatto e di sviluppo dell’intero Sud. Ebbene, ritengo che ognuno possa portare motivazioni valide sia a favore, sia contrarie, e questa è cosa buona e giusta. Ma quello che ritengo non possa e non debba mai pronunciarsi, è l’opposizione alla costruzione del ponte per evitare infiltrazioni mafiose.
Ecco, questo, secondo stu suttascrittu, significa condannare il Sud a un immobilismo assoluto (considerato che qualunque altra opera, grande o piccola che sia, non potrà mai sottrarsi al pericolo di quelle infiltrazioni), mentre non tiene conto del fatto che la mafia non è stupidotta e che se il ponte non si farà, non rimarrà tranquillamente a rimirarsi le ombelicali mafiosità, ma rivolgerà i suoi mafiosi interessi in ogni altro agnone che produrrà movimentazione monetaria (cheppoi, se consideriamo che negli anni ottanta anche Prodi era favorevole alla costruzione di quel ponte…). E qui finisco, con un doveroso “salutamu e bbaciamo le mani”, ma sempre e comunque alla faccia di quel disgraziato di Garibaldi. Giovanni Piazza.