Cultura & Avvenimenti

E su’ centucinquanta! Quale migliore occasione per parlare di risorgimento. Storia vecchia, sì, ma che ancora scalda i cuori e accende gli animi. Con i suoi controversi personaggi, come quel che pare essere stato, per il Sud, più dannoso della peste bubbonica con le emorroidi.

Esistono dubbi e testimonianze sul suo operato e sulle sue scelleratezze che meriterebbero un maggiore approfondimento. Ed esistono, addirittura, scritti di suo pugno che inquadrano un personaggio ben misero, quali le richieste di colf pagate dal regno d’ per i servizi resigli, in cui ‘l’incorruttibile eroe duro e puro’ richiede che quelle colf rispondano a precisi parametri fisici.

Perchè ‘l’eroe’ sapeva bene che una colf 90-60-90, lava, stira, spolvera e scopa molto più efficacemente e con molta più soddisfazione di tutti. Ma, come si sa, la storia è scritta dai vincitori e la giustizia, per quanto giusta continui a ritenersi, non sempre viene chiamata a correggere le bozze di quegli scritti.

L’unità del Paese non potrà, nè dovrà, mai porsi in discussione. E’ però necessario, per meglio comprendere il presente, conoscere quel passato che lo ha generato. Affinchè quella unità possa pienamente realizzarsi anche nella consapevolezza dei propri errori.

Risorgimento. Gloriose pagine di splendide figure patriottiche o sporca guerra di conquista? Certamente un revisionismo dei vinti non avrebbe motivo di esistere, se non considerando falsate le annessioni plebiscitarie ufficiali con le quali questi ultimi si consegnarono ai vincitori.

Mentre la possibilità di accesso a carteggi, inaccessibili per decenni, lascia intravedere abbastanza chiaramente la preesistente volontà di occupare il ricco sud con la sola legittimazione della forza. Volontà, questa, di un piccolo e retrogrado stato, indebitato da una miriade di guerre regolarmente perdute, e messa in atto da personaggi “padri della patria”, quali Vittorio Emanuele, Cavour, Mazzini e , ognuno dei quali aveva in pessima considerazione gli altri.

E se risponde certamente a verità che il Borbone, come peraltro tutti i regni del tempo, non fu per nulla liberale e tenero con i propri sudditi, risulta altrettanto evidente quanto quella illiberalità ebbe modo di dare il meglio di sè quando si espresse in savojardo.

Perchè la piemontesizzazione a cui fu costretto il sud, imponendo legislazioni e moneta proprie e abolendo usi e costumi delle regioni annesse, unificando l’enorme debito di stato a quello praticamente inesistente delle Due Sicilie, innalzando a dismisura il prelievo fiscale (cosicchè il sud pagò di tasca propria la propria liberazione), predando e trasferendo al nord ogni potenzialità che risultò determinante per la nascita di quel polo industriale (le navi dei Florio, trasferite a Genova, costituirono il nucleo principale della Navigazione Generale Italiana, mentre le realtà dello stabilimento di Pietrazza contribuirono a far decollare l’Ansaldo), predando il Banco di Sicilia e il Banco di Napoli delle molto consistenti riserve, confiscando le terre e i tesori della chiesa e usando le rendite derivanti dalla loro vendita a esclusivo vantaggio del nord, praticamente usando delle Due Sicilie allo stesso modo in cui l’usurpatore austriaco aveva usato dell’, creò in pochissimi quell’assunto del “briganti o migranti” mai esistito in precedenza.

Assunto, questo, mostratosi triste (e tristo) preludio alla esplosione della questione meridionale che, tuttora irrisolta, continua a deflagrare tra le sventurate avversità del sud. Ma il carteggio, recentemente venuto alla luce, di una lunga e sconcertante trattativa del governo piemontese che chiede a più soggetti di poter disporre di un’isola sulla quale confinare i prigionieri duesiciliani, tentativo che si protrasse almeno fino al 1872 (dodici dopo l’annessione), apre un ulteriore squarcio sul periodo di terrore e sulle stragi e deportazioni perpetrate contro intere città.

Ponendo l’inquietante interrogativo di quanto numerosi ancora fossero i detenuti nei lager sabaudi (particolarmente terribile e temibile, tra i tanti, quello di Fenestrelle). “Briganti”, braccati solo perchè fedeli ai Borbone o indipendentisti o, semplicemente, ragazzotti renitenti a una coscrizione estranea al loro costume, che privava le famiglie delle migliori braccia e le condannava a miseria e disperazione.

“Briganti”, talmente numerosi nonostante le continue eliminazioni in calce viva causate da stenti, privazioni, torture e fucilazioni, da rendere necessario il reperimento di un confino che potesse contenerli e totalmente isolarli.

La miriade di atti in possesso dei vari ministeri, gli archivi dei Savoia, se ancora esistenti, quelli dei Borbone e di mezza e le tante memorie autobiografiche permetterebbero certamente di fare maggiore chiarezza su uno dei periodi più tristi della storia del sud e di far luce sulle accuse di piraterìa e schiavismo rivolte al , difensore e paladino del popolo, ma stragista e proprietario di gran parte di Caprera e beneficiario, per il figlio Menotti, di ingenti somme mai restituite al Banco di Napoli.

O sulle accuse di pavidità al Mazzini, traditore della causa repubblicana.
O sulla inettitudine ed ingordigia dell’intera casa Savoia.
O sulla spregiudicatezza criminale di Cavour e di Crispi e sul ruolo determinante della massoneria internazionale.

Come pure, sulla incredibile credulità di tanti patrioti. Uno per tutti il Pisacane, partito come il per una spedizione impossibile perchè convinto ad arte che il sud si fosse già sollevato, ma che, molto ingloriosamente, venne massacrato dagli stessi contadini che voleva liberare.

Ben venga, allora, qualsiasi contributo che serva a ristabilire un briciolo di verità storica, a ridare una postuma dignità a quanti briganti non furono, semmai non lo furono, e a quanti, in fede, combatterono e resistettero senza l’aiuto di una quinta armata che li conducesse alla vittoria e garantisse loro la qualifica di partigiani.

E se ciò, come da moltissimi indizi appare, dovesse continuare a rivelarsi, in tutta la sua mostruosità, come un immenso genocidio di massa dei due siciliani indiani d’, sarà doveroso e comprensibile, allora, che dalle nostre valli torni a levarsi il grido, solo, unico ed indivisibile: il grido di MALEDETTISAVOIA.

Un siciliano
(Giovanni Piazza)

Questa è solo la prima parte del suo post. Domani BSicilia pubblicherà la seconda parte

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