Ci siamo. Stasera, alle 20:30, l’Italia scenderà in campo per giocare la sua prima partita dei campionati mondiali di calcio 2010 contro il Paraguay. Troppo facile dire che io tiferò per il Paraguay. Anche perchè poi, in fondo, non sarà nemmeno così. Perchè io tiferò per l’Italia, ma non per quella calcistica.
Tiferò per un’Italia che si ritrova unita (e neanche tutta) solo davanti a un pallone e all’improbabile prospettiva di alzare una coppa al cielo. L’Italia che se ne frega di quello che le stanno facendo perchè - per parafrasare un noto spot pubblicitario - le possono togliere tutto, tranne la sua unica e sola fede: il calcio.
Ecco, a pensarci bene, a me quest’Italia dovrebbe fare ribrezzo, eppure non è così. Perchè più la vedo sofferente e, a tratti, rantolante, più mi dico che non posso fare a meno di correre al suo capezzale e di fare il tifo per lei.
Per l’Italia che si è consegnata mani e piedi al suo aguzzino, per l’Italia che puntualmente tradisce i giudici antimafia che celebra come eroi ogni anno, per l’Italia che sconosce il significato della parola coscienza.
Perchè questa è la stessa Italia che costringe i suoi figli migliori a lasciarla, che condanna a morte i suoi servitori più fedeli, che si rivela sempre totalmente incapace di distinguere il bene dal male (pur essendo pronta a recitare magistralmente la parte della vittima).
“Forza Italia” non posso più dirlo dai mondiali del 1994 perchè - sì - questo è diventato uno slogan che mi fa ribrezzo (insieme a tutto ciò che rappresenta). “Forza azzurri” non l’ho mai detto perchè mi è sempre sembrato che svilisse lo spirito con cui un tifoso incita la sua squadra (non solo di calcio). Non mi resta neanche Forza “popolo di santi, poeti e navigatori” perchè questa frase fu pronunciata dal duce che ha preceduto l’attuale. E, allora, come posso dimostrare il mio attaccamento alla maglia (non calcistica), se persino il nostro inno nazionale venne provvisoriamente adottato nel 1946?


Eppure io, Abete Presidente del Consiglio ce lo vedo…