La sua è una storia che merita davvero di essere raccontata perchè lui, Giovanni Giarrana, è stato subito ribattezzato il “Forrest Gump siciliano”. La sua impresa, infatti, somiglia molto a quella epica compiuta da Tom Hanks nel famoso film che racconta la straordinaria vita di un americano nato con dei deficit mentali e fisici che, invece di renderlo inferiore agli altri uomini, lo resero di gran lunga superiore.
Nella storia di Giovanni, però, non ci sono carenze psico-fisiche di alcun tipo, ma solo la voglia di dare una grande lezione di civiltà al nostro paese che, mai come oggi, ne ha così tanto bisogno. giovanni, infatti, ha salutato la Svizzera e ha ringraziato gli accordi di Schengen che permettono la libera circolazione delle persone in tutta Europa.
Giarrana è un uomo di 65 anni che ha trascorso gli ultimi 43 a Horgen, una cittadina sul lago di Zurigo, dove lavorava come metalmeccanico. Il suo viaggio, a piedi, zaino in spalla e cappello del sindacato svizzero Unia in testa, ha cominciato a fare parlare di sè non appena è cominciato. Partito da casa il 30 maggio scorso, alle 8:30 del mattino, dopo essere in andato il pensione il giorno precedente, ha deciso di raggiungere Ravanusa, in provincia di Agrigento, a 2.200 chilometri da Zurigo, dove è nato l’8 giugno del 1943.
Il motivo di questo lungo viaggio fatto interamente a piedi è la volontà di Giovanni di lanciare un messaggio «contro il razzismo, le guerre tra stati e a favore dell’ambiente», così come ha dichiarato lui stesso. Se il 30 maggio scorso, infatti, nessuno lo ha fermato mentre attravaersava il confine, nel 1966 - quando emigrò - non fu esattamente la stessa cosa.
«Della dogana di Chiasso ho due ricordi tremendi: il primo fu quando al valico svizzero mi respinsero negandomi l’ingresso con una croce sul passaporto, il secondo, dopo aver ottenuto il via libera, quando dovetti superare una visita medica fatta direttamente sul posto stando completamente nudo davanti alle autorità doganali. Mi sentii trattato come un animale, tanto più che nessuno avrebbe mai controllato la salute degli operai italiani dopo decenni di fabbrica a lavorare l’eternit».
Poi l’arrivo nel Cantone di Zurigo, dove oltre a lavorare si creò una famiglia con Heidi, con la quale ha avuto Marco e Miriam. Lì Giovanni ha vissuto una vita di lavoro, soddisfazioni, ma anche fatiche e un’integrazione non facile: «So cosa vuole dire discriminazione, perché l’ho vissuta sulla mia pelle, ma ho sempre sopportato, compresi i primi nove anni di permanenza in Svizzera, quando ho vissuto costantemente in una baracca. Oggi il razzismo ha rincominciato ad alzare la testa, così come i rapporti di lavoro per chi è un immigrato peggiorano di giorno in giorno: in Svizzera oggi ci saranno almeno 200mila lavoratori non in regola con i documenti di soggiorno».
Così lui, da attivista sindacale e da immigrato che oggi ha raggiunto la doppia cittadinanza e una stabilità economica, si sta battendo «perché il Governo svizzero conceda loro un’amnistia». Anche per questo immediatamente dopo la festa per la sua pensione ha deciso di prendere lo zaino e partire, a piedi, in un viaggio che lo porterà ad attraversare tutto lo Stivale a ritroso rispetto a quando, giovanissimo e senza un soldo in tasca, raggiunse la Svizzera per cercare un lavoro: «Voglio lanciare un messaggio di pace e di fraternità fra i popoli, credo che oggi sia un tema più che mai di attualità», aveva spiegato incamminandosi verso la Sicilia. A Ravanusa, dove gli hanno già preparato una grande festa, è atteso per oggi.


Conosco personalmente Giovanni, per averci lavorato insieme alla eschewiss di Zurigo. Ci siamo persi di vista alla fine del 1992. Quando rientrai in italia ho provato a cercarlo senza riuscirci: oggi la grande sorpresa. Lo trovo che ha compiuto questa grande impresa. Giovanni è stato sempre un grande. Ci chiamavamo mpari: compari. Vorrei tanto riprendere i contatti con lui e spero che qualcuno possa aiutarmi. Questa è la mia e-mail: formicaravalli@alice.it