racconti

Questo racconto è giunto in forma anonima alla nostra redazione. L’abbiamo letto, ci è piaciuto e abbiamo deciso di pubblicarlo, perchè è una fotografia, molto nitida, dei tempi che corrono.

Per la prima volta in tanti anni, non appena mise piede fuori di casa, le sembrò una città diversa…eppure, era la sua città, sempre quella…non l’aveva mai cambiata, c’era riuscita: era riuscita a vivere lì e sperava che fosse per sempre.

Non l’avevano cacciata, come avevano fatto con molti dei suoi vecchi amici. No: lei aveva vinto e loro avevano perso. Gioia, che in Sicilia – più che un nome – sembra un vezzeggiativo dato da un padre alla propria bambina, cominciava il suo nuovo lavoro a . E tutto quello che aveva sempre fatto fino ad allora, uscendo di casa, le sembrò diverso, come la sua città.

Togliere la catena a quel vecchio motorino, metterlo in moto con le stesse identiche difficoltà di ogni giorno, partire alla volta dell’ufficio – quest’ultima cosa, a pensarci bene, era davvero diversa – fare lo slalom tra le macchine irrimediabilmente in coda, fermarsi sotto un portone, qualunque esso fosse, per fumare la prima sigaretta della giornata, approfittando della manciata di minuti ancora a sua disposizione.

Gioia, che non era mai stata particolarmente felice, a dispetto del suo nome, quella mattina felice si sentì sul serio. Mentre, per la prima volta, varcava la soglia dello spazio che le avevano assegnato dopo la firma del contratto, si guardava attorno: scrivania, computer, telefono. Un paio di piante finte a fare da ulteriore coreografia all’ambiente.

A volte la felicità può assumere i contorni più strani. Può identificarsi sotto forma di otto ore di lavoro davanti a un monitor, con le pause per fare la pipì e per consumare il pranzo stabilite dal contratto.
E poco le importa che il suo vicino di postazione detesti profondamente la sua città, lui che per lavoro è stato costretto ad abbandonare la provincia, ma che ci ritorna ogni fine settimana, lasciandosi alle spalle (e ben volentieri!) quel posto che non ama e che, forse, non amerà mai.

Fosse per Gioia, non lascerebbe mai la sua città, neanche nei momenti in cui è lei stessa a decidere di farlo, perché ha di nuovo racimolato un po’ di soldi sufficienti a vedere un ignoto angolo di mondo. Non lo farà di certo adesso che ha trovato un altro modo di mantenersi, anche se sa che possono sbatterla fuori quando vogliono, in tempi di flessibilità. Lei, che si è flessa fino al punto da arrivare qui: contratto a progetto per sei mesi, a 500 euro al mese. E poi, “se tutto va bene” (come dicono loro), si passa al contratto a tempo determinato, a qualche centinaio di euro in più sullo stipendio e a una condizione da eterna precaria, forse, ma che le consentirebbe comunque di rimanere dov’è: a , ed è solo questo che le importa.

Gioia non ha ancora figli da mantenere e quello che guadagna non le basta per pagare la rata del mutuo che ha acceso per comprarsi un monolocale. La banca ha preferito i suoi genitori a lei e, in effetti, sono proprio loro a darle una mano quando non arriva a pagare i conti. Cioè sempre.

Lavora, va in palestra (perché le hanno regalato l’abbonamento per un anno), esce il fine settimana (ma solo dopo cena) e torna nel suo monolocale. A un’altra persona, la sua vita potrebbe sembrare squallida. A Gioia sembra bellissima, perché tutto quello che fa, lo fa nella città in cui è nata e cresciuta e di cui si è innamorata improvvisamente quando ne ha visto tutte le cicatrici.

Le macerie della Seconda Guerra Mondiale che non sono mai state rimosse, le macerie di Cosa Nostra che sono state rimosse troppo in fretta. Le grandi strade ricoperte di cemento, i piccoli vicoli che – a modo loro – tentano una disperata impresa contro il tempo. I cumuli di spazzatura che affollano i luoghi più impensati, la pulizia che regna sovrana nel salotto buono solo quando ci sono capi di Stato da ricevere…sempre più di rado.

Ma a lei piace anche così, quando cammina e sente in giro l’odore del mare misto a quello del sangue e della terra secca. Perchè solo così ricorda di appartenere al mondo della realtà e non a quello della finzione dei film, che sembrano girati apposta per attirare i turisti. Non è la zagara e neanche il gelsomino che penetrano, potenti, nelle sue narici, ma solo la consapevolezza che, forse, un giorno potrebbe toccare anche a lei di avere paura. E allora comincerebbe a sentire anche quell’odore.

Ma ora no, ora le basta guardare la violenza che hanno fatto agli altri e sforzarsi di non abbassare mai lo sguardo. Ora – quando finisce di lavorare onestamente per guadagnarsi da vivere, senza doversi vergognare di quello che fa – le basta salire in sella al suo motorino e spostarsi da un punto all’altro di , respirando a fondo tutto quello che le va incontro; osservando tristemente, ma a testa alta, le rovine fumanti di quella che anticamente deve essere stata una grande civiltà.

Gioia, felice di essere rimasta dove è sempre stata, desiderosa di questo e nient’altro: lavora, vive (non a ) e la sua vita le sembra bellissima.

Post correlati



Discussione

Nessun commento per “I contorni della felicità”

Lascia un commento

Devi autenticarti per fare un commento.

Pubblicità



Slideshow

Get the Flash Player to see the slideshow.