Domenica, in via Alfieri, a Palermo, si è svolta la 19esima commemorazione dell’omicidio di Libero Grassi, l’imprenditore ucciso dalla mafia il 29 agosto del 1991 per avere detto “No!” al racket delle estorsioni. Negli stessi giorni, la redazione di BSicilia ha ricevuto questa e-mail:
“Ho bisogno di aiuto. Sono un artigiano ceramista vittima di usura, disperato, sull’orlo del suicidio. Devo curare mio figlio disabile di 8 anni e sto cercando di vendere un rene nell’indifferenza totale di tutti. Ho perso tutto. Contattatemi, vi prego. Grazie”.
L’autore del messaggio è Bennardo Mario Raimondi, palermitano, 49 anni, e questa è la sua storia.
“Nel 1989 avevo un’avviata attività artigianale. Lavoravo la terracotta, realizzavo statue e presepi, oltre che oggettistica pubblicitaria in genere. Alle mie dipendenze c’erano 8 operai. Non mi mancava niente. Dieci anni dopo decisi di acquistare casa e per ristrutturarla interamente avevo bisogno di circa 50 milioni delle vecchie lire. Ero convinto che avrei anche potuto chiedere quei soldi a degli usurai, di cui mi aveva parlato precedentemente una mia rappresentante, tanto il lavoro andava così bene che, nel giro di niente, li avrei restituiti tutti”.
Il calvario del signor Raimondi comincia proprio così, con l’errata convinzione di potere far fronte ai tassi d’interesse che gli strozzini usano applicare ai propri “prestiti”. La casa acquistata nel 1999 è stata venduta e, con quella, anche il laboratorio artigianale aperto dieci anni prima. Il signor Raimondi e la sua famiglia adesso vivono in una casetta appena sotto Monreale (di cui l’uomo è originario) e lui si sposta a bordo di una station wagon che ha il bollo scaduto da cinque anni, perchè non può neanche permettersi di pagarlo.
Ma c’è di peggio. “La mia prima figlia era già nata quando questa storia è cominciata, ma poi mia moglie rimase incinta di due gemelli. Uno è morto che aveva appena due mesi per una malformazione congenita, l’altro (che oggi ha 8 anni, n.d.r.) soffre ptosi palpebrale e ha un ritardo psicomotorio. Quindi, oltre a fronteggiare i debiti con gli usurai, dovevo pagare le cure di mio figlio. Fu per questo che mi rivolsi a un secondo gruppo di usurai. Con i loro soldi, 120 milioni, pagai il primo gruppo di usurai. Ma dovevo pagare anche il secondo e fu così che dovetti vendere casa e laboratorio, oltre che licenziare tutti i miei operai”.
Era il 2003 e il signor Raimondi non possedeva più niente: nè beni materiali, nè l’affetto e il conforto dei suoi cari. “Sono rimasto solo con mia moglie e i miei figli. Se non fosse per loro, mi sarei già ucciso. Anzi, due anni fa ci ho pure provato, tagliandomi le vene. Fui salvato in extremis e capii che non potevo abbandonare la mia famiglia”.
E non lo ha fatto, nè prima nè dopo il tentativo di suicidio. Sono state tante, infatti, le porte a cui il signor Raimondi ha bussato, ma sono stati pochi, e deludenti, i risultati ottenuti: “La Confartigianato, Sos Impresa, Addiopizzo e, alla fine, anche una cooperativa di Libera mi hanno sbattuto la porta in faccia. Persino qualche prete si è rifiutato di aiutarmi. Per tirare a campare, infatti, facevo il giro delle chiese, raccontavo la mia storia e, al termine della funzione, vendevo qualche oggetto realizzato da me. Ma alcuni parroci avevano paura che la mia testimonianza potesse attirare su di loro la vendetta dei miei aguzzini e mi hanno mandato via”.
Tra il 2005 e il 2006 il signor Raimondi si convinse a fare i nomi di questi aguzzini e si rivolse alla Guardia di Finanza. Le fiamme gialle riuscirono ad arrestarne alcuni ma, ciò nonostante, il suo attuale avvocato - Alfredo Galasso - non è ancora riuscito a fargli ottenere lo status di vittima di usura.
Nel 2008 sono cominciate anche le minacce: “Prima hanno disegnato una bomba a mano, una pistola e il mio cadavere fuori dal cancello di casa mia. Poi mi hanno fatto trovare il mio biglietto da visita con una croce tracciata sopra e con su scritto sia il mio vecchio indirizzo che quello nuovo. Una volta due tipi in motorino mi hanno fermato fuori dalla scuola di mia figlia, intimandomi di sparire. E io lo farei anche. Mi hanno offerto di andare in Emilia Romagna, dove mi conoscono e mi apprezzano per il lavoro che faccio, ma ho calcolato che, per il trasferimento di quattro persone, mi occorrono almeno 10mila euro. E dove li trovo?”.
Per andare avanti, il signor Raimondi conta sulla generosità del suo padrone di casa (che spesso ritarda la riscossione dell’affitto) e ha cominciato un altro giro, dopo quello delle chiese: quello delle scuole. “Mi presento personalmente ai capi d’istituto e, grazie a loro, racconto la mia storia agli studenti. Per farlo non chiedo assolutamente niente, sola la possibilità di vendere i miei oggetti alla fine dell’incontro. La verità è che, a Palermo, se non ti chiami Vincenzo Conticello, non sei nessuno e nessuno si cura di te. Che senso ha andare in via Alfieri con le corone di fiori a commemorare un imprenditore ucciso dalla mafia perchè lasciato solo e lasciare solo un artigiano 19 anni dopo quella storia? Se mi ammazzano, poi vengono a commemorare anche me?“.
N.B. Bennardo Mario Raimondi è su facebook: cercatelo sul social network


Spero che in questi giorni ci siano dei commenti a questa notizia, perchè sarebbe grave se non ci fossero: sia negativi che positivi. Forse la società di oggi è abituata a ciò che dicono le associazioni e non a quello che veramente succede dietro le quinte, dove imprenditori invisibili rischiano ogni giorno - anche per voi che leggete - la vita per cercare di dare a questa Palermo il suo vero volto. Non un volto mascherato da istituzioni, politici, associazioni e gente senza scrupoli. Una Palermo che pensa solo alla politica, che significa potere e denaro. E’ per questo che le associazioni antiracket o di categoria mirano a essere a fianco di soggetti politici. Spero solo che, se esiste un dio, mi aiuti almeno lui.
Devo purtroppo comunicare il fatto che dio non esiste e quindi non possiamo che essere aiutati che dai nostri simili. Detto ciò, esistono dei fondi, anche se passa del tempo prima che arrivino. Per iniziare a lavorare al nord non ci vuole così tanto, bastano meno di mille euro e si trova una stanza da condividere e nel, frattempo, si trova lavoro. Poi si fa salire la famiglia.
Rispondo al signor Pietro: A parte il fatto che io sia cattolico praticante e creda in DIO, io ho già la possibilita di lavorare in Romagna, presso un’azienda, ma per la mia situazione familiare (ho un figlio che non posso lasciare da solo perchè 4 volte la settimana va in un centro riabilitativo), devo necessariamente spostarmi con tutta la mia famiglia e, come dice lei, non posso condividere una stanza con altre persone.
Il risultato di questa notizia è proprio che io non faccio notizia. Rarissima è stata la solidarietà, nessuna telefonata, nessun tipo di aiuto. Non vedo l’ora di scappare da quest’isola. Non parliamo, poi, delle associazioni o delle istituzioni: come se non esistessero. Ma che ci sto a fare in un’isola in cui vengo ignorato? Ora che cominciano le scuole, come posso comprare le cose che servono ai miei figli? E’ vergognoso!