Fa discutere la notizia degli ultimi giorni, che vede sul banco degli imputati l’ex sindaco di Catania, Umberto Scapagnini, accusato insieme ad altre 18 persone e 16 assessori, di aver provocato un dissesto finanziario pari a qualche centinaio di milioni di euro, e che ora deve rispondere di “abuso d’ufficio”, e “falso in atto publico”.
Anche coloro che fino all’ultimo avevano difeso il medico privato di Berlusconi, non ritenendolo responsabile della crisi che sta dovendo affrontando la città, si sono dovuti arrendere. Egli, elletto sindaco nel 2000, e votato dalla maggioranza dei cittadini per la seconda volta nel 2005, contro il candidato dell’Unione Enzo Bianco, è riuscito in questi anni a dare luogo a un’involuzione economica e burocratica all’interno del Comune, e a tradire le aspettative dei cittadini che per ben due volte lo avevano votato.
Era il 12 febbraio dello scorso anno quando, a causa dello scandalo finanziario, Scapagnini decise di dimettersi dalla carica di primo cittadino. In quel periodo fece discutere che, mentre molte zone della città erano al buio a causa dei debiti accumulati, la ricorrente festa di Sant’Agata fu ugualmente celebrata, e con grande sfarzo.
Spese faraoniche, dissennate, per finanziare lo sventramento della città hanno preso il posto di quella “politica della ragionevolezza” che, prima delle grandi opere, avrebbe dovuto, partendo dalle piccole ma essenziali necessità, iniziare un cammino di risanamento sociale, produttivo, lavorativo, commerciale, culturale del capoluogo etneo.
Durante questi anni, la città è diventata un cantiere aperto: rotonde in costruzione, parcheggi mai completati, strade dissestate e marciapiedi ricostruiti in grande stile, dove proprio non occorreva.
Catania, definita la ’Città del Mediterraneo’, ha solo mantenuto la sua antica fama. Uno dei tanti esempi di negligenza, di cui si è reso protagonista il dottor Scapagnini, è stata l’apertura del cantiere situato in piazza Europa, in prossimità del lungo mare, in cui secondo il progetto originario doveva essere costuito un parcheggio sotterraneo.
Il sito, distintosi per anni come luogo di numerose manifestazioni locali, appare ora come un enorme crepaccio infernale, di cui la gente può solo assaporare il ricordo. La domanda che facciamo è, dunque, questa: In balia di chi siamo? La giustizia farà il proprio dovere?
È innagabile che la città abbia bisogno di voltare pagina e di non commettere più gli stessi errori, perciò un primo passo è credere nella giustizia, e ammettere le proprie colpe. Si dice che dagli errori spesso si trae insegnamento. Speriamo sia vero.
Gianmarco Currao


Egregio Gianmarco,
io più che credere nella giustizia, ormai una categoria più che discutibile, credo nel voto. Ormai è l’unica arma democratica che ci è rimasta contro i corrotti, i corruttori, i mafiosi e gli affamatori del popolo.
Siamo noi che dobbiamo fare giustizia, con il voto, buttando fuori dal Parlamento e da tutte le Istituzioni quella gente che ci rappresenta (a dir poco) male.
Salvatore Fassari