Cultura & Avvenimenti

Questo libro va ai miei lettori. A chi ha reso possibile che Gomorra divenisse un testo pericoloso per certi poteri che hanno bisogno di silenzio e ombra, a chi ha assimilato le sue parole, a chi lo ha passato agli amici, ai familiari, a chi lo ha fatto adottare nelle scuole. A chi si è ritrovato nelle piazze per leggerne delle pagine, testimoniando che la mia vicenda era divenuta la vicenda di tutti, perchè lo erano divenute le mie parole.

A tutti loro va questo libro, perchè senza di loro non so se ce l’avrei fatta ad andare avanti. Non so se ce l’avrei fatta a continuare a scrivere e quindi a resistere e quindi a esistere pensando a un futuro. Sapendo che la mia vita blindata era comunque una vita. E sapendo soprattutto che senza i miei lettori non avrei mai trovato lo spazio che ho avuto, le prime pagine dei giornali, le telecamere in prima serata.

Se non avessi avuto tanti lettori, lettori che del mio libro hanno fatto qualcosa di più di un oggetto che, una volta finito, infili nel posto che gli è destinato accanto agli altri nella tua libreria, nulla di tutto questo mi sarebbe mai stato concesso. E se sono diventato un “fenomeno mediatico”, questo lo devo in fondo ai miei lettori.

In questi anni io ho compreso l’importanza del confronto mediatico. Quando dietro non ci sono il vuoto, il gossip, la trama di finzioni che non fanno altro che distrarre e consolare, ma ci sono la voglia e il desiderio di tanti di sapere e di cambiare, perchè non possono essere usati tutti i mezzi, i media, possibili per unire le forze? Perchè averne tanto sospetto o paura?

Ma in fondo la capisco, quella paura. E mi viene in mente una cosa strana, difficile da spiegare. In tutte le interviste, in tutti i Paesi dove il mio libro è stato pubblicato, mi chiedono sempre: “Ma lei non ha paura?”. Domanda che chiaramente si riferisce alla paura che mi possano ammazzare. “No” rispondo subito, e lì mi fermo. Poi mi capita di pensare che chissà quanti non mi crederanno. Invece è così. Davvero.

Ho avuto e ho tante paure, ma quella di morire non la avverto quasi mai. La peggiore delle mie paure, quella che mi assilla di continuo, è che riscano a diffamarmi, a distruggere la mia credibilità, a infangare ciò per cui mi sono speso e ho pagato. Lo hanno fatto con tutti coloro che hanno deciso di raccontare e denunciare.

Lo hanno fatto con don Peppino Diana, prete ammazzato e infamato dal giorno dopo della sua morte. Con Federico Del Prete, sindacalista massacrato a Casal di Principe nel 2002 e schiacciato dalla calunnia il giorno stesso del suo funerale. Con Salvatore Nuvoletta, un carabiniere di appena vent’anni ucciso nel 1982 a Marano e subito sepolto dal sospetto di essere imparentato con l’omonima potentissima famiglia camorrista.

Ho avuto anche un altro tipo di paura, più complicata. Paura della mia immagine. Paura che se mi fossi esposto troppo, se fossi diventato troppo “personaggio”, non sarei più stato ciò che ho voluto essere. C’è una frase di Truman Capote che spesso mi è girata nella testa in questi anni, vera e terribile: “Si versano più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle non accolte”.

Se ho avuto un sogno, è stato quello d’incidere con le mie parole, di dimostrare che la parola letteraria può ancora avere un peso e il potere di cambiare la realtà. Pur con tutto quello che mi è successo, la mia “preghiera”, grazie ai miei lettori, è stata esaudita. Ma sono anche divenuto altro da quel che avevo sempre immaginato. Ed è stato doloroso, difficile da accettare, finchè non ho capito che nessuno sceglie il suo destino. Però può sempre scegliere la maniera in cui starci dentro. Per quanto mi riesce, voglio provare a farlo nel migliore dei modi, perchè è questo ciò che sento di dovere a tutti coloro che mi hanno sostenuto.

Per questo, se mi invitano a parlare in televisionee so che mi ascolteranno in molti, cerco solamente di farlo bene, senza sconti, addolcimenti, semplificazioni. Per questo, quel che ho scelto di mettere in questo libro non è nè vuoele essere omogeneo. Ciò che ho scritto in questi anni ha tante voci diverse che nascono sia dalla voglia di inseguire liberamente ciò che mi appassiona, sia da un senso del dovere.

Andare a vedere quel che succede in Abruzzo dopo il terremoto, per esempio. O continuare a seguire le vicende degli affari criminali, soprattutto dove questi generano ricchezza per pochi e seminano morte per molte, moltissime generazioni, come è accaduto per la questione dei rifiuti tossici intombati in ogni lembo della mie terra.

Ormai non temo più di servirmi di ogni mezzo - tv, web, radio, musica, cinema, teatro - , perchè credo che i media, se usati senza cinismo e senza facile furbizia, siano esattamente quel che significa il loro nome. Mezzi che consentono di rompere una coltre di indifferenza, di amplificare quel che spesso già da solo dovrebbe urlare al cielo.

Il titolo di questo libro vuole dire una cosa semplice. Vuole ricordare che da un lato esistono la libertà e la bellezza necessarie per chi scrive e per chi vive, dall’altro esiste il loro contrario, la loro negazione: l’inferno che sembra continuamente prevalere. In uno dei suoi libri più importanti, L’uomo in rivolta, Albert Camus, che è uno scrittore che amo molto, racconta la seguente storia.

Parla di un sottotenente tedesco finito in Siberia, in un campo dove “regnano il freddo e la fame”, che “si era costruito con tasti di legno un pianoforte silenzioso. Là, nell’infoltirsi della miseria, in mezzo a una turba cenciosa, componeva una strana musica che era il solo a udire”. “Così” continua Camus, “gettate nell’inferno, misteriose melodie e immagini crudeli della bellezza fuggita ci arrecheranno sempre, in mezzo al delitto e alla pazzia, l’eco di quella insurrezione armoniosa che attesta lungo i secoli la grandezza umana”.

E subito dopo aggiunge una piccola frase a cui non sembra dare un peso particolare. Per me, invece, l’ha acquisito. Anche perchè mi fa risuonare le parole indimenticabili di un uomo - Giovanni Falcone - che una volta disse che la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un inizio e avrà quindi anche una sua fine. Ecco allora quel che scrive Camus: “Ma l’inferno ha un tempo solo, la vita un giorno ricomincia”.

E’ quello che credo, spero, voglio e desidero anch’io.

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