Ero a Marsala in occasione della festa dell’Unità e ho assistito alla farsa! Ovunque…ovunque…il tricolore…che festa! Ai giovani di domani, come a quelli di ieri, viene negata la verità e, con la verità, il rispetto di se stessi, la loro dignità di Siciliani e il loro futuro! Vergogna!
A una maestra ho chiesto: “Nessuno spiega a questi bambini che in questo momento stanno osannando il nostro massacratore?”. La risposta è stata: “Signora, ma cosa vuole che le risponda?”.
Quando un movimento di macchine blu e scorte varie porta via i parlamentari, andiamo dove c’è il palco allestito ai piedi del palazzo. Da quel palazzo troneggiano le gigantografie dei personaggi che, a ragione, sono considerati i padri della patria. Da lì ci sovrastano, 150 anni fa come adesso.
Alla mia destra, primo fra tutti, Camillo Benso Conte di Cavour: uno speculatore, un opportunista che sosteneva i Savoia, un uomo che - avendo una banca in Sardegna ormai in fallimento e non sapendo come finanziarla - aveva invenato la moneta cartacea. Ma in banca aveva solo 20 milioni e non sapeva in che modo potere finanziare le guerre che i Savoia intraprendevano per diventare servi degli inglesi che finalmente avevano trovato il tempo (e il denaro) per scavare il canale di Suez cominciato nel 1859 e finito nel 1869.
E, come un falco, avendo saputo che, durante un congresso svoltosi in Francia, era apparso evidente che il Regno delle Due Sicilie era la terza potenza del mondo, pensò ben di appropriarsene, con la benedizione di Inghilterra e Francia.
Lo pensò e ci riuscì con la flotta inglese al fianco. Svuotò le casse del banco di Sicilia e di Napoli di 1 miliardo e 200 milioni di lire e li trasferì al Nord, che da povero divenne industriale! La nostra moneta corrente, i nostri soldi, erano piastre in oro e argento. Mica fesso Cavour!
Poi scavarono il Canale per gli Inglesi, appalto dei lavori a una ditta di Torino, geologo torinese, benedizione romana. Accanto alla gigantografia di Cavour, l’altro padre: Giuseppe Garibaldi, un rozzo vaccaro nato a Nizza, ma che veniva dall’Argentina. Un uomo a cui avevano mozzato un orecchio, perchè tutti vedessero che era un ladro di cavalli, ma non solo.
La sua attività, infatti, era quella di fare il mercante di schiavi: razziava poveri derelitti magri e cenciosi, li portava in una fattoria, li teneva qualche mese all’ingrasso e, quando avevano ripreso l’aspetto di uomini, donne e bambini forti e pasciuti, li rivendeva e si guadagnava un pezzo di pane col sudore della fronte, con le lacrime e il sangue di quegli infelici.
Quando, in Argentina, le cose per lui si complicarono e lo Stato, ma anche la gente, voleva farlo “passare a miglior vita”, allora gli parve giusto, rubare l’ultimo trofeo (Anita, la moglie di colui che gli aveva dato ospitalità). Questa era la fama che lo precedeva in Italia.
Nel mezzo di queste gigantografie, due per lato, ci sono tre aste: una dedicata all’Europa, una all’Italia. La terza che doveva essere dedicata alla Sicilia è, invece, vuota. Immagino che non si volesse urtare la sensibilità dei nostri politici. Mancava la nostra di bandiera, la più antica e la più gloriosa.
E’ la nostra bandiera dal 3 aprile 1282 e per i successivi 534 anni siamo stati una nazione libera. A quel tempo L’Europa era popolata dai barbari, l’italia non esisteva, ma in Sicilia avevamo il Parlamento.
Dalla Sicilia arrivava il grido inascoltato della gente che è stata massacrata: fucilazioni di massa, stupri di donne (ma anche, all’occorrenza, di uomini), gente sepolta viva perchè non ha avuto il premio di una pallottola, gente impiccata per risparmiare sulla corda che poteva essere usata più volte, gente che si rifugiava nelle chiese e lì veniva data alle famme.
Tutto ciò perchè noi eravamo una razza inferiore dedita al crimine: Lombroso assicurò che non era il caso di porsi troppe remore. Ragazzi, quando sentite di giorni dedicati alla memoria, ricordate anche che più di un milione di Siciliani vennero massacrati, senza nemmeno una dichiarazione di guerra.
Ricordate che 500.000 tra ragazzi, adulti e anziani furono condotti in Piemonte con destinazione “Le Fenestrelle”: primo campo di concentamento e di sterminio istituito in Europa. Coloro che vi arrivarono, vennero gettati nella calce viva perchè non restassero tracce.
Ricordatevi questa fu la sorte infame a cui Garibaldi diede inizio e che durò per 12 lunghi e infiniti anni.
Ignazio Buttita diceva che un popolo a cui tolgono la lingua, la storia e la memoria, è un poplo a cui si toglie la dignità e il senso di appartenenza, e questo ne fa un popolo servo, un popolo che, non conoscendo le sue origini, “è pronto ad addattari nto pettu di na matri che sarà sempre matrigna”, ma che lui si sforzerà sempre di compiacere.
Da 150anni non è cambiato niente: siamo poveri e disprezzati, ci deridono e ci umiliano. Prima partivamo in cerca di un lavoro qualunque nelle fabbriche, ora esportiamo intelligenze e laureati, le nostre famiglie si sacrificano e noi continuiamo a fare arricchire le industrie del nord.
Non vedete che l’Italia è divisa in 2? Non vedete che al Nord si produce e ci sono le industrie e al Sud abbiamo i supermercati per comprare i loro prodotti? Aiutiamo le nostre piccole industrie a crescere e svilupparsi, invece: dobbiamo riappropriarci delle nostre risorse, della nostra storia, della nostra lingua, della nostra dignità. Non dobbiamo più permettere che ci sfottano. Ricordatevi che la dignità e la libertà non le regala nessuno: dobbiamo conquistarcele e dobbiamo esigere rispetto.
Agli insegnanti voglio dire: parlate con i ragazzi della nostra storia, il nostro statuto lo consente, fate che sappiano che grande popolo siamo.
Giuseppina Marrone
“Capra, capra, capra, capra, capra…”, cara Giuseppina.
Avremmo dovuto, milioni di meridionali, esser lì, a quella manifestazione, a gridare, alla maniera sgarbico-caprese, tutto lo sdegno del Sud.
A gridare “capra, capra, capra” a tutte quelle autorità, siciliane e non (ignoranti maestre comprese) che ancora ci costringono a celebrare lo sfacelo fisico ed economico e politico e sociale che rappresentò, per noi, il “glorioso risorgimento”.
Una sporca guerra di conquista che segnò la fine del Regno dei primati e l’inizio di quella questione meridionale che ancor oggi deflagra tra le disgraziate miserie del Sud.
Una questione meridionale che insiste e resiste da centocinquant’anni.
Ed è paradossale ed emblematico, come la Germania riunifichi in un ventennio e l’Italia non ce la faccia in sette ventenni “e cocci”.
Successive e colpevoli responsabilità di noi siciliani?
Politici e non?
A zibbeffe, per dirla alla Martoglio.
Epperò, pur senza porre in discussione l’unità del paese, quella Verità ed il suo diritto ad esistere sbùmmicanu potentemente da ogni nuovo documento e da ogni nuova ricerca storica, scoprendo quel letamaio della violenza e del delitto dal quale il “glorioso risorgimento” si erge e prende vita.
E non si pensi ad esagerazioni revisionistiche o postume rivalse dei vinti, perché è lo stesso eroe duemondino a definire i suoi mille, in parlamento il 5 dicembre 1861:
“Tutti di origine pessima e per lo più ladra e, tranne poche eccezioni, con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto”. (Ignazio Coppola, “La Sicilia tradita”, Coppola editore, Palermo 2008, pag. 81) (C. A. Agnoli, “La rivoluzione francese nell’opera della massoneria”, Ed. Civiltà, Brescia, 1994).
Ma pensa te (“fine che giustifica i mezzi”, oseranno sostenere) riuscimmo ad emergere dalle medievali nebbie borboniche, tra grida di dolore che subito si trasformarono in grida di godimento da schioppettata di fraterno ed italico salvataggio, solo grazie a quel letamaio della violenza e del delitto, che al Sud riuscì a dare il peggio di sé.
Hai ragione, Giuseppina.
Nessuno spiega ai nostri bambini.
Ma quelle terribili e lombrosiane teorie, che ci hanno scagliato contro e che ancora oggi ci costringono a crederci fisicamente e moralmente inferiori, insieme alla ignoranza ed alla mistificazione, in quel romanzato immobilismo sacrale della ufficialità, son dure da demolire.
E quanti siciliani, ad esempio, conoscono la celebre interpellanza di Angelo Manna (dove compare un giovane ed “ignorante” Mastella)?
http://comitatiduesicilie.org/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=913
Quanti, quello che è (era?) il loro splendido statuto di autonomia?
Certo, fa piacere, il sentire un Pietrangelo Buttafuoco rispondere, all’interlocutore che lo tacciava di regionalismo, che “la Sicilia non è una regione”.
Ma è terribilmente devastante, leggere di quel Luigi Settembrini, patriota risorgimentale che sotto i Borbone conobbe il carcere, che nelle sue Rimembranze rimembra ai propri allievi, già dopo pochi anni di annessione: “Maledite la memoria di Ferdinando II. Fu sua, la colpa. Perchè se avesse fatto impiccare me ed i miei amici, avrebbe risparmiato al Mezzogiorno tante incommensurabili sventure”.
E allora, cara Giuseppina, dopo un virtuale abbraccio a te ed alle tue verità…
“capra, capra, capra, capra…”
Alla faccia di quel disgraziato di Garibaldi!
Giovanni Piazza
Non ho capito perchè sarei capra: ma lo spiegheresti meglio??? Grazie!
E certo, che non hai capito, Giuseppina cara. Perchè se stu sottoscritto ti ha virtualmente e platealmente abbracciato (te e le tue verità) e ha concordato con te, “dall’alpe alle piramidi”, sullo sdegno per una celebrazione che ci offende, sulla ignoranza dei siciliani per la propria storia, sulla condanna alle demenziali tesi lombrosiane e sulla disgraziataggine savojarda e cavourriana e garibaldina, ebbene, Giuseppina carissima, tutto ciò vuol dire che quel “capra” non era a te diretto.
Scusami per la mia stesura evidentemente equivoca. Pensavo di averlo scritto chiaramente, in quel mio commento alla tua sentita e sdegnata testimonianza (“Capra, capra, capra, capra, capra…”, cara Giuseppina. Avremmo dovuto, milioni di meridionali, esser lì, a quella manifestazione, a gridare, alla maniera sgarbico-caprese, tutto lo sdegno del Sud. A gridare “capra, capra, capra” a tutte quelle autorità, siciliane e non (ignoranti maestre comprese) che ancora ci costringono a celebrare lo sfacelo fisico ed economico e politico e sociale che rappresentò, per noi, il “glorioso risorgimento”). Ho quindi detto che dovremmo esser tutti noi siciliani (tu ed io già lo facciamo con queste pubbliche denunce), a gridare quel “capra” a chi ci spinge e ci costringe alla ignoranza. Epperciò, Giuseppina Marrone (e qui riabbraccio te e le tue verità e ti invito a dare una occhiata a “E su’ centucinquanta” che ti confermerà la mia perfetta aderenza all’orientamento che tende a restituire al “glorioso risorgimento” le sue terribili peculiarità di “sporca guerra di conquista), Giovanni Piazza da Piazza Armerina, che sono sempre io, si scusa ufficialmente per la propria deficiente ed equivoca requisitoria e ti ringrazia, felice di quel tuo impegno che ti conduce, insieme a stu suttascrittu, su quella strada che intende restituire dignità ai popoli del mezzogiorno. Grazie a te, Giuseppina. Sempre e comunque, alla faccia di quel disgraziato di Garibaldi. Giovanni Piazza.