E’ una terra di contrari la nostra, una terra che neanche Luigi Pirandello avrebbe potuto immaginare tale e descrivere così nei suoi romanzi o nei suoi testi teatrali. Una terra in cui, per esempio, un assessore regionale ai Beni Culturali, indagato per voto di scambio, non solo non si dimette in attesa che la sua posizione venga chiarita, ma riesce persino a ottenere un finanziamento di 12 milioni e mezzo di euro da destinare alla realizzazione di una “soap” interamente prodotta in Sicilia.
Personalmente, non ho nulla contro Agrodolce. All’inizio della prima stagione ho incontrato e intervistato per Sicilia On Line diversi dei suoi protagonisti. Sono rimasta piacevolmente sorpresa dal loro bagaglio culturale e professionale. E mi sono appassionata anch’io - cosa mai avvenuta prima per un prodotto del genere - alle avventure dell’immaginaria Lumera.
Il problema qui è un altro. Sebbene, infatti, l’iniziativa di Giovanni Minoli sia lodevole - come, probabilmente, lo è stata (e lo è tuttora) “Un posto al sole” per la Campania - c’è un concetto di fondo che mi riesce difficile comprendere.
Come si può accettare che un indotto televisivo come quello di Agrodolce in Sicilia venga finanziato da un assessorato regionale presieduto da una persona sulla quale pende un’accusa così grave? Va bene: stiamo parlando di una realtà importante per l’isola, che dà lavoro a migliaia di persone tra autori, attori, comparse, tecnici e maestranze varie. Ma perchè il Diritto deve essere sempre sacrificato sull’altare della Ragion di Stato?


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