Il tiranno Jerone II°, eletto generale dai Siracusani, tentò di mettersi a capo dei Greci siciliani contro i Mamertini – mercenari campani che si erano impadroniti di Messina - che però, avendo chiesto e ottenuto l’aiuto dei Romani, gli inflissero numerose sconfitte e la perdita di molte città.
Fu costretto, quindi a chiedere (263 a.C.) pace a Roma e riuscì in tal modo a tenere il possesso di Siracusa, Acrae (Palazzolo Acreide), Eloro, Neto (Noto), Megara, Leontini e Tauromenium (Taormina). Solo Agrigento, tra le varie città greche, tenne l’indipendenza fino all’anno successivo in cui fu presa dai consoli romani e punita aspramente per la sua resistenza con la vendita degli abitanti come schiavi. Anche se poi, nel 255 a.C. e fino al 210, ritornò nelle mani dei Cartaginesi mentre i Romani si impadronivano di Palermo.
Nel 241 a.C. i Cartaginesi cedettero tutti i territori ai Romani e l’intera isola fu ridotta a “prima provincia romana” (colonia sarebbe il termine più esatto) a esclusione di Siracusa governata ancora da Jerone, sovrano alleato ma indipendente.
Durante la seconda guerra punica (215 a.C.), Jeronimo – successore di Jerone – si alleò invece con i Cartaginesi (capitanati da Ippocrate e Epicide) e costrinse Roma a inviare Marcello per mettere sotto assedio Siracusa che cadde definitivamente nel 212. Molte altre città siciliane imitarono l’esempio di Siracusa e aderirono all’alleanza con Cartagine; la guerra si estese per tutta l’isola e solo nel 210 a.C. il console Levino conquistò tutti i territori e l’intera Sicilia fu amministrata come le altre province romane.
Ager pubblicus fu definito il terreno espropriato ai nemici di Roma. Per la sua fertilità naturale (il granaio di Roma) la Sicilia fu ritenuta un possedimento di grandissima importanza, ma anche oggetto di speculatori che lo coltivarono con schiavi, sempre più numerosi, che alla fine insorsero armati. Si dice che fossero oltre duecentomila e inflissero numerose sconfitte agli eserciti di parecchi pretori romani.
Nel passaggio dalla grecità alla romanità, la Sicilia fece un salto indietro poichè perse per sempre la sua indipendenza e fu assoggettata con le armi e, per oltre un secolo, al Siciliano (eccezione fu lo storico Diodoro) fu impedito di impiegare la sua creatività nell’arte e nella cultura.
L’aspetto politico-amministrativo non cambiò con l’arrivo dei Romani avendo essi accettato la “lex hieronica” che – rispecchiando la situazione socio-economica dell’isola - restò, fino ai primi anni dell’impero, la base della locale amministrazione.
La nuova entità amministrativa, con propri territorio e giurisdizione, fu governata – in rappresentanza del popolo e della città di Roma – in qualità di supremo magistrato da un pretore scelto dalla sorte tra quattro eletti annualmente dal popolo romano. Il pretore era l’alter ego del Senato e aveva pieni poteri di vita e di morte sugli abitanti della provincia, meno i cittadini romani che ne dipendevano solo per gli affari civili.
Se della Sicilia greca non rimane nulla, neanche la lingua parlata per un millennio, ma solo gli inestimabili resti archeologici, le rovine del periodo romano sopravvissute sono assolutamente scarse e poco importanti, limitate a tre o quattro città.
La maggior parte degli insediamenti della Sicilia centro-meridionale distrutti in occasione delle ripetute guerre furono abbandonati e non più ricostruiti. Molti centri minori furono aggregati e costituiti in fattorie romane, a prova dell’estensione del latifondo coltivato a cereali o destinato all’allevamento del bestiame. Conseguentemente fu ridotta l’edilizia pubblica; unico grande esempio furono il teatro e il santuario con porticato realizzati a Eloro e forse anche la fonte-ninfeo di Meneno (ora Mineo).
Cominciò a diffondersi, sempre con costante incremento, l’uso di statue marmoree importate o realizzate con pietra locale da artisti provenienti da centri greci e che sono state rinvenute in diversi siti. Da rilevare anche la decorazione delle case di abitazione con pavimenti in “signino” (tecnica di costruzione romana del cocciopesto che è una miscela di frammenti di terracotta impastati con la calce e che è durata fino all’inizio dell’età imperiale) e mosaici, nonché la produzione e diffusione della ceramica dipinta (nota quella di Centuripe) o a rilievo (a Siracusa e Agrigento).
Benedetto Fontana


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