Ci risiamo. I colossi si fondono. I sogni di gloria si sprecano. I fiumi d’inchiostro pure. Ma c’è sempre un’altra faccia della medaglia, quella che guarda sempre dalla parte peggiore. Da quella di chi ci rimette, non ci guadagna.
La Fiat si fonda col colosso americano (dai piedi d’argilla) Chrysler, la Fiat vorrebbe fondersi anche con la casa automobilistica tedesca Opel (filiale europea di un’altra americana, la General Motors). Bene. Bravi. Grandi notizie. Ottime notizie. Ma perchè - viene spontaneo chiedersi - andare al capezzale di aziende estere, allontanare se stessi da quello stesso capezzale (forse) e, poi, licenziare migliaia di operai?
Allo stabilimento Fiat di Termini Imerese stanno ancora cercando di dare una risposta a questa domanda e, intanto, organizzano la prossima mossa della protesta: andare a Torino, domani, con gli altri operai che rischiano il licenziamento: quelli di Pomigliano d’Arco.
Quando, nel 2007, in televisione andarono in onda le tre versioni dello spot della nuova fiat 500, gli italiani videro scorrere sullo schermo tante belle (o brutte, a seconda dei casi) immagini, ascoltarono tante belle (oggettivamente tali) parole e una musica commovente.
Ma l’immagine è una cosa, la realtà un’altra. L’idea che un’azienda è in grado di dare di sè, può essere molto diversa da com’è realmente. E la citazione spesso usata negli ambienti lavorativi - “tutti sono necessari, ma nessuno è indispensabile” - significa solo che “la vita è una ruota che gira”. Chissà che, girando girando, non trovi il modo d’invertire certi schemi, sempre uguali a se stessi.


Ma anche gli operai, non erano tutti contenti della globalizzazione? Raccogliamo i frutti!