Mafia

Da uno dei componenti del Comitato Cittadino Antimafia “19 Luglio 2009″, ho ricevuto una e-mail che comincia con questa domanda: “Ricordi dov’eri il 19 Luglio di 17 anni fa?”.

Sì, lo ricordo perfettamente. Avevo 10 anni ed ero fuori città con i miei genitori, com’era già successo, del resto, il di quello stesso anno. Non dimenticherò mai la faccia e la voce di mio fratello maggiore quando, aprendoci la porta di casa, ci disse: “Hanno ammazzato anche Borsellino”.

Era la fine, non capivo esattamente di cosa, ma era la fine. Vidi in televisione le immagini di via D’Amelio sventrata dall’ che era stata appena fatta esplodere. Sempre in televisione seguii anche i , che con lui avevano trovato quell’atroce morte.

Negli anni a seguire, rimproverai spesso ai miei genitori l’inerzia di fronte a quegli eventi e la loro decisione di non scendere in piazza e, quindi, di non fare scendere in piazza neanche me, che avevo appena finito di frequentare la scuola elementare.

In occasione del decimo anniversario di quell’estate di sangue palermitana, mi ritrovai, ventenne, a casa di quell’uomo che non avevo mai conosciuto personalmente, ma all’ombra del quale ero cresciuta. Avevo chiesto a , il suo unico figlio maschio, di rilasciarmi un’intervista.

Avevo bisogno di una fotografia da pubblicare a corredo delle sue dichiarazioni e andai nell’appartamento di in cui Borsellino viveva con la moglie e i tre figli. Per cercarle, Manfredi mi condusse nello studio del padre. Non me lo aspettavo. Fu una sorpresa piacevolissima ed emozionante allo stesso tempo.

Entrando in quella stanza che, prima di allora, avevo visto solo nelle immagini di una delle ultime interviste rilasciate da , trattenni il respiro, come se avessi paura di poter danneggiare qualcosa lì dentro. La sensazione che provai fu stranissima. Erano già passati dieci anni, ma sembrava che il magistrato fosse appena uscito da lì.

Era tutto perfettamente in ordine, pulito, ma tutto lì dentro parlava di lui, come se lo avesse appena toccato. La sua vita, il suo lavoro, la sua dedizione nei confronti di questa città, di questa regione. Se avessi potuto, avrei pubblicato quello studio sul giornale per cui scrivevo, invece di una sua foto.

Sono trascorsi altri sette anni da allora e siamo arrivati a quota diciassette. A volte mi domando se ho davvero perso le belle speranze dei miei vent’anni, altre volte mi rispondo che, nonostante tutto, se sono ancora qui, vorrà pur dire qualcosa.

Il problema è che a 27 anni mi sento stanca e avvilita come se ne avessi 54, cioè il doppio. E, come ogni anno, di questi tempi, penso che eviterò accuratamente tutte le pur giustissime manifestazioni organizzate “per non dimenticare”. Perchè io non dimentico, no. E neanche chi partecipa a questo genere di manifestazioni lo fa. Tutti gli altri, però, lo hanno già fatto, da tempo. E sarebbe bello che “a ricordare” fossero proprio loro. Magari cambierebbero tante cose. In meglio.

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Discussione

Un commento per “Lo studio di Paolo Borsellino”

  1. Mai sono stato così imbarazzato nel fare un commento. Avrei tanto da scrivere, ma sono troppi gli argomenti e non basterebbe lo spazio a noi riservato.
    Complimenti, Barbara, per la sua professionalità.

    Postato da Anonimo | 17 Luglio 2009 08:51

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