Il 30 aprile di 28 anni fa, a Palermo, venivano uccisi Pio La Torre e Rosario Di Salvo. Chi scrive aveva appena 11 giorni di vita e, diversi anni dopo, le fu raccontato che sua nonna materna commentò così la notizia dell’omicidio del segratario regionale del Pci e del suo autista: “Palermo non è una città in cui far crescere una bambina”.
Oggi, a distanza di 28 anni, neanche quello di mia nonna materna “è un paese in cui far crescere una bambina”, ma la mia città lo è anche meno, sempre di meno. Cinque giorni fa una donna senza fissa dimora avrebbe rimosso tutti i bigliettini di carta appesi a quello che viene comunemente chiamato “albero Falcone”.
Subito dopo si è scatenata una mobilitazione senza precedenti di Palermitani indignati. Sembra quasi un ossimoro. Ma è così. I Palermitani si sono mostrati indignati. Hanno imputato a Cosa Nostra la responsabilità di quanto accaduto e sono andati all’albero Falcone per attaccarvi sopra altri bigliettini.
Dopo che la Questura ha diffuso il filmato della donna che si avvicina all’albero e che - qualche minuto dopo - se ne allontana tenendo tra le mani quelli che sembrano effettivamente dei fogli di carta, ho chiesto al nostro vignettista di realizzare una vignetta al riguardo.
Prima di mettersi all’opera, Franco Donarelli mi ha detto: “Riflettevo sul gesto della signora: sintetizza tutto ciò che è stata la lotta alla sub-cultura antimafiosa, gonfia di inutile retorica e inefficace nei suoi effetti. A che serve l’albero Falcone? A dire che abbiamo le gambe per camminare con “le loro idee”? Non serve a un… Dunque, ha fatto bene la signora a pulirsi il… con quei pizzini. (…)”.
Risuonerà come una riflessione del tutto impopolare. Ma io la condivido. E, dato che in Sicilia, l’1 maggio (cioè domani) si festeggeranno i disoccupati, la signora, il 25 aprile, avrà voluto festeggiare i senza tetto. No, non sto scherzando. La verità è che, anzichè indignarci per un simbolo depredato del suo significato da una persona di cui non sappiamo neanche perchè lo avrebbe fatto, dovremmo indignarci per una città violentata non dal suo sindaco, ma da noi stessi.
Perchè, quando anche il sindaco è andato ad appendere un altro bigliettino sull’albero Falcone, non ci siamo indignati affatto.


L’indignazione, per la maggior parte dei Palermitani, è l’altra metà dell’illegalità. Queste persone sono quelle che parlano di legalità e poi sono le prime che approfittano di piccoli trucchi per truffare. Un esempio su tutti? I commercianti che non ti fanno lo scontrino e poi si indignano perchè il Comune non gli pulisce il marciapiede davanti al negozio.
Il paese del pane e panelle. Ho pensato le stesse cose e ho fatto le stesse considerazioni del vignettista Donarelli. Una clochard o una barbona? Clochard, per quel senso di musicalità che mi evoca simile a un tintinnio di campanella. Comunque sanissima di mente e comunque indignatissima tra tanti. Chissà quante volte passeggiando su quei marciapiedi si sarà soffermata a guardare l’albero muto, simbolo di dolore, ma le cui radici coprono soltanto pochi metri quadrati e non riescono a irradiarsi fino ai vicoli più bui di questa città. Una città indifferente, come indifferenti e amorali sono i suoi abitanti, tetragona non ormai ma da sempre alla reazione. Soltanto un falso valore riuscì a far uscire dal torpore i Siciliani dal giogo della tirannide, mascherandolo da esempio di patriottismo: il mito delle corna, pardon, dell’onore. Mi riferisco all’episodio dei Vespri del 1282. Bastò che un soldato francese infilasse le sue mani nel seno di una popolana all’uscita della chiesa (doppio affronto) per accendere gli animi e innescare una reazione che poi portò al massacro dei francesi in tutta l’isola. Episodio spurio. Ma noi siamo anche la terra dove sono stati ammazzati a decine sindacalisti, politici onesti, magistrati, dove si potrebbe organizzare un giro turistico tra le vie della citta, testimoni di vili assassinii, e ci vorrebbe una settimana per portarlo a termine. Ha avuto questa indifferente città centinaia di occasioni per riscattarsi, ma sembra che l’oblio e il senso di decadentismo ormai le appartengono e ama crogiolarsi nella melma. Ventotto anni fa veniva ucciso Pio La Torre. L’uomo dei limoni, il siciliano che amava raccogliere i fiori di zagara, aspirarne il profumo fino allo stordimento e poi metterseli in tasca per portarne l’aroma fino a Roma. La zagara simbolo di sicilianità e ricordo dei contadini sfruttati e della gioventù spesa nelle lotte per il loro riscatto. Pur avendolo amato profondamente, non ho mai partecipato a manifestazioni in suo ricordo o a commemorazioni la cui ritualità sempre mi indigna e mi isola. Ventotto anni fa hanno ammazzato un uomo vero, hanno barbaramente dilaniato l’anima della Sicilia e mi strugge sapere che questa non è consapevolezza di chi ha infierito.