Ieri il rugby ha osservato un turno di riposo. Lo stesso farà domenica prossima. In attesa di tornare a pubblicare i resoconti dell’Adv Holding Palermo Rugby, abbiamo deciso di dare spazio, per oggi, a una delle rubriche di maggior successo di Sicilia On Line: “Vip siciliani d’esportazione”. Oggi tocca a Lucia Sardo. Buona lettura.
Rimasi folgorata dalla sua interpretazione di Felicia Bartolotta Impastato sul grande schermo. Avevo 18 anni e, all’uscita del cinema, montai in sella alla vespa e cominciai a gridare. Mi sembrò di potermi scrollare di dosso tutta la sofferenza patita da quella donna.
Era il 2000 e Felicia doveva aspettare ancora due anni prima di vedere don Tano Badalamenti condannato come mandante dell’omicidio di suo figlio, Peppino. L’attrice che le prestò il volto al cinema era Lucia Sardo, artista francofontese di grande – immensa – bravura. Capace di passare da un ruolo così drammatico a uno leggero, quasi tragi-comico, come la Gabriella di “Ma che colpa abbiamo noi” di Carlo Verdone.
In una mattina di settembre, dopo il ritorno di Lucia dal Festival del Cinema di Venezia, abbiamo avuto un colloquio con lei nella sua casa catanese, in cui vive con il figlio.
Nata a Francofonte, in provincia di Siracusa, ti trasferisci a Bergamo, Sant’Arcangelo di Romagna e Roma: quando e perché avvengono questi spostamenti su e giù per l’Italia?
Innanzitutto, mi trasferii a Milano per frequentare l’università, ma la lasciai prima di laurearmi e mi misi a lavorare. Contemporaneamente decisi di frequentare un laboratorio teatrale, a Bergamo. Fu allora che la mia vita cambiò. Ferruccio Merisi, il maestro del Teatro di Ventura – che era quello che io frequentavo – mi chiese di rimanere con la compagnia e, nel giro di due mesi, mollai lavoro e casa e mi trasferii con loro da Bergamo a Santarcangelo di Romagna. Roma venne dopo.
Gli esordi di attrice sono in teatro dunque ma, dagli anni ’90, passi a cinema e televisione. Tra diversi dei tuoi lavori c’è un legame rappresentato dal tema della mafia: come mai?
Quando ho esordito al cinema e in televisione, essendo Siciliana, i registi mi offrivano delle parti che rispecchiavano tutte la mia provenienza. Mi ritrovavo a girare film sulla Sicilia che, inevitabilmente, finivano col parlare di mafia. Una cosa devo dirla, però: ho sempre scelto liberamente i copioni o i lavori che mi proponevano. A questo punto della mia carriera, avrei bisogno di scrivere due curricula: uno che elenchi tutte le cose che ho accettato di fare e uno che elenchi tutte le cose che, invece, ho rifiutato.
Cosa hai rifiutato?
Di far parte del cast di “Avanzi”, per esempio. Non avevo intenzione di prestarmi alla televisione. Ero giovane e molto snob. Avevo cominciato a lavorare con una compagnia teatrale di sperimentazione e sia io che i miei colleghi vedevamo la tv come l’anticultura per eccellenza. Oggi, che la cultura in questo paese non esiste proprio più e che la televisione influenza la vita di tutti i giorni in maniera spaventosa, sarebbe meglio farne, e tanta anche, per provare a smontarla dall’interno. Ma la verità è anche un’altra: a me non piace la notorietà. Non mi piace essere riconosciuta per la strada. Vorrei vivere una vita normale, come tutti.
È difficile dopo essere stata Felicia Bartolotta Impastato sul grande schermo. Ci racconti la tua esperienza ne “I cento passi”?
Quando ho girato “I cento passi”, sono rimasta letteralmente stregata da Felicia, da Giovanni e da Felicetta. Quest’ultima è la moglie di Giovanni, nonché cognata di Peppino, di cui nessuno parla ma che, così come Felicia e Giovanni, si è battuta per oltre vent’anni affinché si arrivasse a ottenere giustizia per l’omicidio di Peppino. Mi rendo conto che è facile mitizzare i morti, specialmente in una terra in cui anche i cretini possono diventare eroi, da defunti. In effetti, in tutta questa storia io sono più attaccata ai vivi che ai morti. L’essere umano straordinario che era Felicia, poi, mi ha convinta che stavo per fare qualcosa di speciale anch’io, impersonandola: non potevo assolutamente rifiutare quella parte. Leggendola sul copione, ho pianto.
Decidere di diventare Felicia non ha comportato altre rinunce nella tua carriera?
Sì. Nello stesso periodo delle riprese de “I cento passi”, avevo in ballo altri due progetti: la partecipazione a “Malena” di Giuseppe Tornatore e quella a “Il commissario Montalbano”. Anche se mi dispiaceva rinunciare sia all’uno che all’atro, dovetti farlo. “I cento passi” assorbiva tutto il mio tempo e forse, dal punto di vista degli addetti ai lavori, poteva anche risultare un azzardo, considerato che il regista era un ancora poco noto Marco Tullio Giordana, ma non m’importò e andai avanti.
Hai detto di no a Tornatore: è per questo motivo che non ti abbiamo visto in “Baarìa”?
Sì, credo che a distanza di anni Peppuccio mi abbia voluto punire per quel rifiuto, evitando di includere anche me nel cast di Baaria. Nel film ci sono praticamente tutti gli attori siciliani, manco solo io. Scrivilo, scrivilo pure. Tra gli attori c’è persino la spagnola Angela Molina, ma non c’era posto – evidentemente – per la siciliana Lucia Sardo. Pazienza.
Da Felicia Bartolotta Impastato alla madre di Rita Atria ne “La Siciliana ribelle” di Marco Amenta: quanto è stato lungo il salto?
Abbastanza, ma a Giovanna Cannova ho voluto dare quell’umanità che – ne sono convinta – ogni persona ha dentro di sé, indipendentemente dal tipo di vita che conduce. Giovanna è una bestiolina ferita: non ha la consapevolezza né gli strumenti che aveva Felicia. Quest’ultima fu capace di mandare a monte un matrimonio, il suo, quando a 20 anni cercarono di imporle il marito. Fu in grado di mettere in riga l’uomo che sposò dopo quell’episodio, Luigi, quando scoprì che si trattava di un mafioso e gli proibì di ospitare in casa loro parenti e amici, mafiosi anche loro. Quella donna così rivoluzionaria che sfidò la mafia negli anni ’30, prima ancora della nascita di Peppino, era lontana anni luce da Giovanna Cannova. Abituata a subire, a non alzare mai la testa ad avere il ruolo stereotipato riservato alle donne in un ambiente mafioso, Giovanna stava quasi per condannare Rita a fare la sua stessa fine. Ma Rita ebbe quella consapevolezza di sé che mancò a sua madre e si ribellò.
Da una parte o dall’altra della barricata, interpreti sempre donne di un certo tipo, però…
Donne così lontane dalla realtà di oggi…
Che intendi?
Che ci scandalizziamo per il modo in cui alcuni Musulmani trattano le loro donne, ma non battiamo ciglio per il modo in cui questo paese le tratta. Vedere una donna col burqa c’indigna, ma vedere una donna mezza nuda in televisione o per strada non ci scalfisce minimamente, perché siamo ormai abituati anche noi, donne comprese, a pensare che essere femmina voglia dire essere inferiore e, come tale, essere trattata. O nascosta dentro una specie di sacco informe o esibita come carne da macello.
Donne così lontane da Felicia, allora…
Sai perché mi piaceva tanto lei? Perché era la dignità fatta donna e trasmetteva ai giovani che avevano imparato a conoscerla dopo “I cento passi” quei valori di cui la nostra società è assolutamente priva. Come mai dei ragazzini attratti solo dal cellulare o dal computer, ammutolivano davanti a lei? Come mai quegli stessi ragazzini sono sempre molto attenti quando vado in giro per le scuole col mio “La madre dei ragazzi” e impersono ancora una volta Felicia?
A proposito di ragazzi, se non sbaglio in passato hai lavorato con i giovani detenuti del carcere minorile di Palermo…
Sì, ho lavorato al Malaspina diversi anni fa. L’ho fatto perché penso che un attore possa fare due cose nella vita: o essere un narciso che si nutre continuamente del suo ego o essere una persona che vuole continuamente conoscere, così come i miei maestri orientali mi hanno insegnato. Ecco, io ho deciso di essere questo secondo tipo di attrice. Così, come un attore orientale si mette al servizio dell’opera che deve recitare, io mi sono messa al servizio di quei ragazzi e li ho trovati più candidi dei nostri figli, cresciuti davanti la televisione. Alla fine di quella esperienza erano così presi da me che avrei potuto chiedergli qualsiasi cosa. E lì ho capito che il carcere non li rieduca affatto.
In che modo si può spezzare la catena della criminalità in Sicilia?
Se si volesse realmente sconfiggere la mafia – la criminalità organizzata per eccellenza – se si volessero realmente far cessare le guerre nel mondo, bisognerebbe parlare con le donne. Sono loro a trasmettere l’odio o l’amore ai loro figli, con il latte. Così le donne cosiddette di mafia, come anche le donne musulmane.
Da ruoli così impegnati, da una missione così nobile a parti in film più “leggeri”, come quelli di Carlo Verdone: come ti sei calata in quel ruolo?
Facilmente, perché la figura di Gabriella nel film “Ma che colpa abbiamo noi” mi piaceva molto. Durante le riprese, uno psicologo ci spiegava quali erano i problemi dei nostri personaggi. Del mio mi disse che Gabriella era malata di sesso e pagava dei ragazzi per andare a letto con lei, perché non voleva accettare il fatto che stesse invecchiando. Io gli risposi che, secondo me, il problema di Gabriella era semplicemente un problema di autostima. Se avesse superato lo scoglio dei soldi, si sarebbe resa conto che avrebbe anche potuto avere dei rapporti più sani con gli uomini. Il problema della nostra società è che, finché sono gli uomini a pagare le ragazze per andarci a letto, sono dei gran fighi. Se lo fa una donna, è malata. Ritengo però che sia piuttosto ovvio il fatto che, se devo pagare qualcuno per farci sesso, preferisco pagare un uomo giovane e bello…o no?
E come sei finita ne “Il 7 e l’8” di Ficarra e Picone?
La domanda dovrebbe essere posta al contrario: perché non finire in una pellicola del genere? Salvo e Valentino sono due artisti carini, delicati, intelligenti, sensibili e rispettosi. Lavorare con loro è stato divertente e molto, molto piacevole.
Anche se – come ci ha detto Barbara Tabita e come ci hanno confermato loro stessi – non fanno mai leggere il copione per intero ai loro attori?
Non è stato certo un problema per me. Per mia abitudine, io non leggo quasi mai tutto il copione di un film. Leggo solo le parti che riguardano il personaggio che mi viene proposto, perché voglio capire se ho le caratteristiche adatte per impersonarlo. Poi, ritengo che ci siano personaggi che possano andare bene anche per dieci film contemporaneamente, come Gabriella. È un po’ come guidare la macchina: prima impari e farlo e, dopo averlo fatto, puoi andare dove ti pare: in autostrada, in una strada sterrata, ecc.
Che collega hai preferito in televisione: Nino Manfredi, Luca Zingaretti o Lino Banfi?
Quando ho lavorato con lui, Nino era già piuttosto anziano. Io non lo avevo mai conosciuto prima, ma l’impressione che ebbi allora di lui fu quella di un vecchietto tenerissimo che parlava continuamente di sua moglie Erminia, siciliana anche lei. E lui sosteneva che le donne siciliane fossero straordinarie. Luca è una persona semplice e gentile. Lino è un maestro. È un attore bravo ed estremamente pratico. Sul set è sempre perfettamente padrone della situazione.
Quanto ti rispecchi nella zia Lucia de “Il padre delle spose”?
Ovviamente, neanche un po’. La zia Lucia de “Il padre delle spose” è una donna del popolo, una donna ignorante che arriva col cuore là dove non può arrivare con l’intelletto. E anche in questo caso il problema risiede tutto nella nostra concezione delle donne. Se a essere omosessuali sono due uomini, siamo in grado di accettare anche quelle ridicole caricature che televisione e cinema ci propongono. Ho tanti amici gay e sono persone come tutte le altre, con la sola differenza che amano persone del loro stesso sesso: tutto qui. Trattare l’omosessualità al femminile, però, ha sollevato talmente tante di quelle polemiche da rendermi ancora non del tutto comprensibile il perché. Dopo che il film è finalmente andato in onda, ho ricevuto tante telefonate e messaggi di ragazze che avevano trovato il coraggio di dire alle loro stesse madri che erano come le protagoniste del film. È stata la soddisfazione più grande.
Di cosa ti occupi adesso?
Ho aperto una scuola di recitazione a Catania perché i ragazzi mi chiedevano di poter imparare questo mestiere e, di contro, io sentivo che era giunto il momento di trasmettere loro qualcosa. Avevo aperto una prima scuola a Francofonte, il mio paese natale, e avevo convinto Pippo Del Bono e Renata Molinari a insegnare lì, ma il Comune non mi ha più concesso i finanziamenti e sono stata costretta a chiudere. La scuola che ho aperto a Catania vive grazie alle sue stesse forze, onde evitare sgradevoli sorprese come quelle di Francofonte. Il problema non sono tanto i nostri politici, ma chi li vota…come nel caso di Berlusconi.
Qual è la prima cosa che ti fa venire in mente Francofonte?
Francofonte è il paesaggio che vedevo dalla finestra di casa mia: l’Etna, il mare, il lago di Lentini e il Vallone. Passavo delle ore lì davanti a guardarlo a ad annoiarmi. Credo che la noia mi abbia fatto bene. A mio figlio, quando da bambino mi diceva “Mamma, che faccio adesso?”, non facevo altro che ripetere: “Perchè non provi ad annoiarti un po’: ti può fare solo bene. Non devi per forza trovare qualcosa da fare”. Forse, è per questo che al mio paese e a mia madre ho dedicato uno spettacolo.
A chi dedicheresti uno spettacolo adesso?
Ai miei attori. Di progetti ne ho tanti, ma ce n’è uno a cui tengo particolarmente. Ha a che fare con una casa di produzione cinematografica, la Offrenda, che sulla carta esiste già. Il nome significa offerta e si riferisce a un’offerta che le donne adulte fanno alle se stesse bimbe che non ci sono più. Voglio legare il nome di Offrenda a delle storie sane. Voglio lavorare con i pochi, ma buoni, attori che ci sono ancora in Italia. Voglio lavorare con i miei attori.


Sono fiera di Lucia Sardo, francofontese come me. Sei molto brava, ancora mi ricordo quando sei venuta a scuola: facevo le medie e ci hai incantati con le tue storie…sai proprio recitare. Complimenti, complimenti….Continua così…Ciao, Sonia…