Mafia

Il mese scorso, - a - ha aperto i battenti dell’elegante all’opposizione cittadina, mobilitatasi su iniziativa del Gruppo Consiliare del Pd per dire l’ennesimo alla mafia. La sala gremita di gente dava l’idea di come la questione delle mafie nel non sia più un rischio paventato da pochi visionari, bensì un male reale, fortemente accusato dalla cittadinanza.

Kantianamente, la questione non ruotava più intorno alla eventualità se esista la mafia a , bensì attorno alla riflessione concreta del come i tentacoli della criminalità organizzata siano riusciti a colonizzare fette crescenti di territorio.

A fronte di vent’anni di maxi-processi, sequestri di persona ed estorsione del pizzo all’ombra della , una parte della politica milanese inizia a chiedersi perché la mafia sia stata fatta arrivare alla terza generazione, alla laurea e al divenire impresa.

La risposta è presto detta, e sembra riposare in quel bisogno narcisistico di negazione del problema, così stampato sulla bocca dei vari borgomastri che si sono avvicendati, probabilmente troppo intenti a “far vetrina”, a dispetto degli scandali dell’ortomercato, del racket delle case popolari, delle redditizie piazze del traffico di stupefacenti e dell’aumento dei beni confiscati.

La di , invece, sembra aver definitivamente perso l’innocenza e, in compenso, non sembra disposta a perdere la concentrazione davanti ai sensazionalismi per l’arresto del mammasantissima di turno: dire che il fenomeno è “contenuto” e/o “rientrato”, è un atto di disinformazione, per gli stessi motivi per cui non si può dire che la mafia sia una banda di quartiere.

Un appiattimento sull’hic et nunc, d’altra parte, potrebbe portare a centrare le preoccupazioni unicamente sulla nuova creatura dell’imprenditoria milanese, cioè l’Expo 2015 che, con un investimento di denaro pubblico ruotante attorno ai 20 miliardi di euro, si presta moltissimo a risvegliare gli appetiti della criminalità organizzata: banalmente e tanto per citarne una, i traffici internazionali legati alle piazze della cocaina, di cui i Milanesi (inutile negarlo) costituiscono domanda di mercato, sono in grado di moltiplicare i proventi per un valore di circa 70 volte il loro costo, e questi soldi vanno pur riciclati.

Tuttavia, i rischi legati all’allestimento dell’Esposizione universale non fanno che reiterare scenari già noti in cui, più che per le novelle skills relazionali o, tout-court, per i consueti finanziamenti off shore, al fondo, le mafie hanno il potere economico di trattare con uomini che si trovano in posizione di debolezza.

Questo dato impone che al tavolo della lotta alla mafia debbano sedere anche gli Istituti di credito, pena il permanere della nostra antimafia su quel piano che Marx avrebbe definito dell’ideologia, cioè di quella sovrastruttura che, di per sé, non è ancora il livello zero degli interessi in gioco.

La realtà, per quanto triste, rimane semplice ma comprensibile: le nostre aziende sono sottopatrimonializzate, piccole ed esposte al miraggio del denaro facile. Se, da un lato, è un fatto che la mafia acquisti le aziende in difficoltà e sia generosa nella dilazione dei pagamenti, dall’altro, ancor prima di propagandare le “white list”, l’iscrizione alla cassa edile e la completa tracciabilità dei flussi finanziari, occorrerebbe domandarsi a quale bisogno delle aziende (anche quelle “bene”, e bene intenzionate) offre realmente risposte il denaro di provenienza mafiosa.

In altre parole, perché il più della piccolo-media impresa non riesce ad accedere alle condizioni poste dagli Istituti di credito. La provocazione, in questo caso, chiede più di essere colta che di essere perdonata: la lettura del fenomeno deve avvenire su basi “materiali” (gli interessi economici), e deve essere “sistemica”, così da cogliere e contrastare il fenomeno all’interno della sua rete d’azione, nonché in considerazione dei pochi gradi di separazione che intercorrono tra le luci e le ombre di questo varietà tutto italiano.

Lo sguardo deve correre alla politica e alla finanza, dai tagli governativi alle Forze dell’Ordine alle impervietà creditizie con cui si devono confrontare le nostre imprese. Queste, abbandonate alle loro difficoltà, costituiscono terreno fertile dello sciacallaggio malavitoso, che non si accontenta più delle intercapedini e delle infiltrazioni, proprio perché può contare su “collusioni” di sistema ben più ampie.

Quindi, se nel 2007 a si discuteva ancora di una mafia “invisibile”, oggi lo scenario e le consapevolezze sembrano mutate: lungi dall’essere invisibile, la mafia deve farsi vedere e riconoscere, proprio perché deve farsi obbedire. E non renda più ottimisti il fatto che la stagione delle stragi sembra finita, poiché la mafia smette di essere cruenta nella misura in cui non la si combatte.

Angelina De Luca

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Discussione

Un commento per “Milano dice no alla mafia”

  1. “…una parte della politica milanese inizia a chiedersi perché la mafia sia stata fatta arrivare alla terza generazione, alla laurea e al divenire impresa.”
    Bella domanda, Angelina.
    Il sud, da mo’ che continua a porsela, sta domanda.
    E adesso, come per il ponte, rinunciamo all’Expo2015 per il pericolo di infiltrazioni mafiose?
    O come il casinò di Taormina, che non può riaprirsi per le stesse infiltrazioni e per paventato riciclo di denaro sporco?
    Come se quel casinò nordico, nel quale ha avuto un qualche risalto anche il penultimo dei savojardi, non sia anche lui indagato per riciclo di zozzeria monetaria?
    Naaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!
    Perchè, se è doveroso continuare a vivere nonostante la vita, questo vuol dire che un preventivo arrendersi riuscirà solo a farci vivere di rimpianti ( e come disse il poeta, meglio vivere di rimorsi che di rimpianti).
    E se questo vuol significare che, al nord come al sud, la mafia non è sempre esistita (ebbene sì, non esisteva manco al sud), significa puranco che si possa quindi ragionevolmente sperare che ogni inizio debba avere una fine.
    Epperò, un contrappunto:
    Rocco Chinnici, il magistrato palermitano assassinato dalla mafia il 29-07-1983, nella sua relazione sulla mafia tenuta nell’incontro di Grottaferrata il 03.07.1978, così ebbe testualmente a scrivere: “Riprendendo le fila del nostro discorso… dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione, non era mai esistita in Sicilia”, e più oltre aggiunge: “La mafia … nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia”.
    Ecco che allora, da tutta sta pappardella, a sto povero sud rimangono quantomeno un paio di autoconfortanti considerazioni.
    Primo, che la mafia non è connaturata alla presunta e disgraziata e lombrosiana brigantaggine del sud, ma che fu gentile omaggio di sua graziosa (e galantuoma) maestà.
    Secondo, che ci vo’ furtuna pure nelle occupazioni, visto che ci sta chi esporta democrazia e chi invece importa mafia (anche se poi la riesporta alla grande!).
    Terzo (e lo so, si era detto un paio, ma oramai che abballo…), la evidenza che, come mostrano adesso le difficoltà della politica milanese, il riuscire a debellarla non è per nulla facile.
    E se non bastasse, ci junciu un irremisibilmenti doveroso “alla faccia di quel disgraziato di Garibaldi”.
    (Giometrico)

    Postato da Giovanni | 10 Marzo 2010 21:34

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