I Post dei Bsiciliani

La faccenda della riscossione della sui a , versa in condizioni di massima confusione. E, paradossalmente, non sembra aver apportato chiarificazioni neanche l’intervento del commissario ad acta, Giuseppe Petralia, nominato con Decreto dell’Assessore regionale alla famiglia, alle politiche sociali e alle autonomie locali n. 1146 del 10.12.09.

A far discutere è proprio la deliberazione dello scorso 17 dicembre, con la quale il commissario ha disposto l’“interruzione dei termini di decadenza e/o prescrizione della riscossione della / dell’anno 2004”. E se al tributo della contesa non è concesso di andare in prescrizione dopo i canonici 5 anni, la conclusione è univoca: è esigibile, va pagato.

A nulla sembra essere valso neanche il ricorso, mosso dalla Confcommercio locale, avverso a questa spiazzante delibera. Infatti, il T.a.r. di Catania ha rigettato il ricorso con l’Ordinanza dello scorso 1 aprile, come se fosse stato tutto fumus e niente arrosto: in fondo, sembra sostenere certa stampa, “rientra nel potere del competente assessorato regionale la nomina di un commissario ad acta per intimare a un Comune della Regione di stabilire le tariffe per cui è ricorso e di adottare gli atti consequenziali”.

Seguono la soddisfazione dell’amministratore unico di Simeto-, Angelo Liggeri e, menzionati da fonti tentativamente più garantiste, le reazioni cerchiobottiste del presidente della commissione provinciale per i rapporti con le Ato di Confcommercio Catania, Serafino Caruso, seguito dal coro di qualche comitato civico.

Bene, fin qui la cronaca di Palazzo, dai cronisti di Palazzo raccontata.

Quello che non si legge da nessuna parte è che la e la non sono la stessa cosa. In proposito, parte bene il difensore civico misterbianchese, Salvatore Saglimbene, che in una sua nota entra nel merito della decisione con cui la Corte Costituzionale ha equiparato la e la , salvo poi a colludere con l’equivoco generale, per cui la non sarebbe che una “mera variante” della poiché, come quella, sarebbe un “tributo comunale”.

Le cose non stanno esattamente così, e lo dicono sei anni di disservizi e di intemperanze nella gestione dei urbani. La , infatti, è figlia dell’introduzione delle Società d’Ambito, cioè di quella complicazione nella gestione dei che ha causato l’impazzare di quello che vogliamo ancora far passare come un “tributo comunale”: banalmente, tutte le società di gestione comportano il pullulare di figure intermedie, i cosiddetti “manager”, che vanno pagati.

E non c’è doratura sostenibile per questa pillola: chi paga non è il contribuente, ma il consumatore, poiché non c’è, di fatto, un Welfare State che offre servizi al cittadino, bensì interessi privati che propinano un prodotto. E un prodotto travestito da tributo diventa una prestazione patrimoniale coattiva, senza neanche la consolazione di un libero mercato all’interno di un liberista (e assai poco welfare) Stato.

A oggi, tra l’altro, piaccia sapere che nessuna mano invisibile di smithiana memoria è venuta a far quadrare il cerchiobottismo che sta caratterizzando la questione dei misterbianchesi. L’unica mano, appunto, è quella (incisiva) del commissario Petralia che con la sua delibera non sembra aver rischiarato la nebulosa radura dell’immondizia urbana.

Perché qualcuno non spiega ai cittadini come mai, in questo ultimo lustro, non è stato dato seguito alla giurisprudenza per cui la novella gabella (la ) sarebbe dovuta essere determinata a cura degli organi comunali e dalle Ato, semplicemente, riscossa?

A far luce sui punti critici della questione, forse, torna utile citare le vicende che, sullo stesso argomento, ha dovuto affrontare la vicina satrapia di Motta S. Anastasia, in cui nessuna risulta essere mai stata approvata dal Consiglio Comunale.

Addirittura, nel 2009 sarebbe stata anche palesemente bocciata, con indicazione di determinarne l’entità sulla base dell’ultima tariffa utile, cioè dell’ultima tariffa determinata in maniera legittima, quella del 2003. Peccato, poi, che l’eventuale tesoretto che ne sarebbe derivato non sembra essere stato di gradimento alle Ato, che hanno chiesto al Comune di Motta una cifra esorbitante per la “copertura dei costi di gestione” – costi che una tariffa determinata legittimamente (cioè dal Comune), evidentemente, non potrebbe riuscire a coprire.

Il caso mottese, se accostato a quello misterbianchese, sembra puntare una lente di ingrandimento sulla principale incongruenza di questa vicenda: da un lato, il Consiglio Comunale mottese, non approvando la tariffa del 2009, ratifica indirettamente il fatto che, comunque, questo passaggio spetta all’organo pubblico, e non ad altri; dall’altro lato, però, a capita che un organo pubblico (la Regione) mandi un commissario che sembra deliberare lo status quo, senza metterlo in discussione: tanto poco lo mette in discussione che non si esprime sulle tariffe, ma dice (formalmente in diritto di dirlo) che quella del 2004 va pagata, e quelle successive vanno messe a recupero.

Angelina De Luca

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