Non avrei mai pensato di trovarmi a “difendere” un mafioso, ma non avevo ancora fatto i conti con il mio paese. Quando, martedì sera, ho sentito la notizia della decisione del Viminale di non applicare il programma di protezione dei testimoni a Gaspare Spatuzza, mi è gelato il sangue nelle vene.
Innanzitutto perchè la notizia è stata data velocemente, tra le brevi di fine notiziario, come se non si trattasse di niente d’importante. E poi perchè l’ho percepita per quella che realmente è: la condanna a morte, decretata dallo Stato Italiano, di un suo cittadino.
Gaspare Spatuzza non è esattamente l’uomo che vorrei avere come vicino di casa o con il quale mi troverei a mio agio nel condividere una serata tra amici. Gaspare Spatuzza è un assassino, un individuo che è stato capace di togliere la vita a un prete di frontiera, di rapire e consegnare un ragazzino ai suoi aguzzini. Ma Gaspare Spatuzza è anche un collaboratore di giustizia considerato attendibile dalla magistratura.
Ed è proprio il Gaspare Spatuzza collaboratore di giustizia attendibile che m’interessa: l’uomo che sta facendo scrivere agli inquirenti una nuova verità sui fatti più sanguinosi e oscuri della storia di questo paese. Possibile che l’Italia sia destinata a non conoscere mai questa verità? Possibile che in uno Stato di diritto (?) dove l’eutanasia non è legale (perchè farebbe a pugni con la “morale” cattolica), un ministro possa decidere di procurare la morte a un individuo negandogli la possibilità di salvarsi?
“Colpirne uno per educarne cento” sembra applicarsi alla perfezione al governo che taccia tutti i suoi oppositori di essere “comunisti”, proprio come l’aforisma appena citato. Peccato che qui stiamo parlando di ben altro. Di bene contro male, forse. Ma, di certo, non di destra contro sinistra.
Credo che Spatuzza, questo, lo sappia bene. Così come i quattro rappresentanti delle forze dell’ordine e il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, che hanno votato contro l’applicazione del programma di protezione nei suoi confronti. E’ solo a tutti gli ubriachi di campionato mondiale di calcio che sfugge il concetto? Questo no, non lo credo. Perchè sfugge anche ad altri, purtroppo.














Leonardo Vitale, indicato come il vero primo pentito di mafia, fu dato per pazzo e internato per un certo periodo in un manicomio criminale. Diventò misteriosamente religioso. L’unica a non credere alla sua pazzia fu proprio la mafia (cervello fine) che un bel giorno, all’uscita di una chiesa, lo giustiziò. E fu giustizia divina. Altri tempi, altri metodi. Giustiziato con una tazza di caffè in carcere fu pure Salvatore Pisciotta, compartecipe e quindi testimone della prima strage di Stato in era moderna. Ebbe pure, cosa non da poco, il privilegio di avere in anticipo l’estrema unzione nientemeno che dal Cardinale Ruffini, che soffriva di preveggenza. Per quanto riguarda Spatuzza, non si reputa abbastanza importante che la notizia venga messa in risalto dai massmedia. Chi deve sapere, saprà. Pochi intimi, ma quelli giusti. I magistrati di ben tre Procure oggetto di aperta intimidazione, gli “amici” che affileranno le armi avendo avuta via libera da un messaggio apertamente non subliminale, gli amici degli amici che tireranno un gran sospirone di sollievo e alle cui orecchie il messaggio, seppur pilotato da loro stessi, suonerà come delegittimazione del teste. Gaspare spatuzza passerà alla storia come l’uomo dei 180 giorni. Non vorrei che se Martin per un punto perse la cappa, Gasparino per un giorno perdesse la capa! E noi? A noi, popolo bue, interesserà guardare in tv le prodezze (!?) di uomini in mutande che riflettono sulle nostre obnubilate menti bagliori di caduca gloria.
Complimenti a Donarelli per la vignetta.