Sono entrata al Velodromo di Palermo a tre giorni dalla fine del campionato di serie B, provando la stessa sensazione da ultimo giorno di scuola che si respira alla fine di qualcosa, qualunque essa sia.
A differenza dello scorso settembre – quando varcai i cancelli dell’impianto sportivo dello Zen per incontrare, per la prima volta, l’Adv Holding Palermo Rugby – mi sono subito accorta che i giocatori erano di meno. Come se quelli che hanno già affrontato le ultime interrogazioni, si fossero ritirati.
Fuori dagli spogliatoi, infatti, c’erano pochi ragazzi delle under – 14, 16 e 18 – e pochi ragazzi della squadra di serie C, che ha concluso il suo campionato lo scorso 18 aprile. C’era ancora quasi tutta – escludendo gli infortunati – la squadra di serie B. Quest’ultima in attesa di scendere in campo, a Roma, per concludere la stagione.
Mentre scrivo del nostro ultimo incontro, anche il campionato di serie B è finito e qualcuno dei suoi protagonisti ha comunicato al Palermo il suo addio, tra sorpresa e commozione. I ragazzi hanno tolto le maglie e ripreso le loro vite ma, tra una partita di beach rugby e una seduta in palestra, stanno tutti aspettando, in realtà, di tornare di nuovo in campo.
BSicilia ha voluto incontrarli prima che il campionato si concludesse per salutarli come si conviene a un grande gruppo e augurare loro di centrare l’obiettivo della promozione in serie A il prossimo anno. Con un occhio al vivaio della società, che dimostra di avere le idee chiare.
Luca Lo Coco, per esempio, è un ragazzo dello Zen, uno di quelli che sono stati buttati fuori da casa: “Ho 13 anni e frequento la seconda media. Mi alleno da quando avevo 8 anni. Pur non avendo più una casa, mia madre mi ha conservato la divisa della squadra. Ho cominciato a giocare con un mio amico che ha smesso: io, invece, ho continuato. Adesso non gioco quasi più a calcio e vengo qui tre volte a settimana per allenarmi con la mia squadra – l’under 14 – ma anche con i ragazzi più grandi. Il mio obiettivo è di arrivare in nazionale. Ma devo continuare a studiare, perché il mio allenatore non vuole ignoranti in squadra (ride e guarda Davide Grotta, il suo allenatore, oltre che il pilone della squadra di serie B)”.
Il “passaggio” dall’under 14 all’under 16 si chiama Federico Vaglica: “Ho 15 anni e frequento il liceo classico Meli. Ho cominciato ad allenarmi la scorsa estate, spinto da mio padre, che è un ex giocatore di rugby. Sono un’eredità, insomma. Vengo qui tre volte a settimana e faccio tanti sacrifici per conciliare studio e sport, ma mi concentro solo sul presente: non ho obiettivi a lungo termine. Ho partecipato al trofeo Milani, a Padova, e mi sono già preso le mie soddisfazioni. Per ora, va bene così”.
Per l’under 18, invece, parlo con Daniele Grassadonio: “Ho 16 anni e frequento l’istituto nautico. Gioco a rugby da quando avevo 11 anni. Vidi una partita dell’Italia in televisione e chiesi a un mio professore se ci fossero delle squadre di rugby anche nella mia città. E così, eccomi qui. Il mio obiettivo è di entrare nella prima squadra il più presto possibile: entro i 18 anni, ma so di dovere continuare a studiare”.
Se quel pomeriggio con loro fosse stato un libro, avrebbe avuto come titolo la parafrasi di uno dei più famosi romanzi di Louisa May Alcott: “Piccoli uomini crescono”. Ed è proprio ad alcuni uomini che questi ragazzi s’ispirano nello sport: quelli delle serie maggiori e i dirigenti della società.
Fabrizio Blandi è uno di questi: “Gioco nella formazione di serie C e mi trovo qui per aver voluto seguire Stefani Massari in quest’avventura. Stefano è l’allenatore della vecchia under 19, diventata questa squadra. Il nostro campionato è finito: ci siamo posizionati a metà classifica. Poteva andare meglio, ma è stata un’esperienza esaltante sotto tutti i punti di vista. Il nostro è uno spogliatoio compatto, di cui vado fiero e di cui mi piace scrivere le cronache”. Sul gruppo facebook della squadra e sul sito della società, infatti, Fabrizio carica i resoconti delle partite: un misto di cronaca dell’incontro, ma anche la descrizione - sempre molto commovente - dello spogliatoio compatto di cui parla.
Andrea Teodorini, invece, è il capitano della squadra di serie B: “La prossima sarà la mia ultima partita a Palermo. Sono stato benissimo qui, ma ho deciso di tornare a casa. Abbiamo mancato la serie A, pagando lo scotto di una rosa troppo corta rispetto alle altre squadre del campionato, ma ci riproveremo – anzi, ci riproveranno – l’anno prossimo”.
Sembra la fine di un ciclo. Forse è solo l’inizio di un altro. Probabilmente è entrambe le cose. Questi ragazzi hanno dato tanto affinché la città potesse avere la sua bandiera nella serie maggiore, ma non ci sono riusciti. Il loro campionato è andato comunque al di sopra delle più rosee aspettative. Non mi resta che sentire la dirigenza per sapere cosa ha in mente per la prossima stagione.
Il presidente Fabio Rubino, è deciso, come al solito: “Abbiamo condotto un campionato di vertice fino alla fine e, per essere al primo campionato di serie B nella storia della città, direi che non ce la siamo cavata male. Ci siamo scontrati con formazioni fortissime, pur essendo l’unica squadra non dotata di un impianto in cui allenarsi”.
Il riferimento alla querelle sul Velodromo è scontato: “A oggi non sappiamo a chi sia stato concesso. Le notizie che pubblicano i giornali al riguardo potrebbero essere tutte illazioni per vedere se c’è una reazione dalla parte della città. Se c’è, forse ci lasciano il Velodromo. Diversamente, no. I nostri ragazzi (quasi 400 tesserati, n.d.r.) non pagano per praticare questo sport e questa città che fa? Glielo toglie? Siamo disposti a consegnare alla politica le chiavi della nostra società. Palermo non ha una sola squadra di uno sport che non sia il calcio in serie A: perché?”.
Gli ricordo che almeno i cronisti sportivi riconoscono il loro impegno e lo hanno appena dimostrato assegnandogli il premio Candido Cannavò, ma Rubino mi risponde così: “Del riconoscimento ne avrei fatto volentieri a meno. I giornalisti sportivi prima mi attaccano perché Cascio è mio cognato, impedendo così alla società di usufruire del finanziamento regionale ottenuto l’anno scorso, e poi mi premiano. Ma che senso ha?”.
E per un presidente che non le manda certo a dire, c’è un dirigente, Filippo La Torre, che mi illustra – semplicemente – i progetti della società per la prossima stagione: “Per affrontare il prossimo campionato, sposteremo 10 ragazzi – tra l’under 18 e la serie C – in prima squadra, ma avremo anche bisogno di fare nuovi acquisti. Replicheremo il progetto “Fare squadra per vincere” e tenteremo di far partire quello con il carcere minorile Malaspina, naufragato quest’anno per mancanza di personale penitenziario che controllasse i ragazzi durante gli allenamenti”.
È tutto? Io credo di no…Ma ne riparleremo alla fine di agosto…
(Le foto di questo servizio sono di Davide Grotta)

Tra fiducia e pessimismo. La cantina. Scritto il 12/05/2010.
Ieri sera eravamo in tanti, anzi c’eravamo quasi tutti. Ma per me non è stata la solita serata spensierata e allegra. Osservavo tutti, stare in fondo al tavolo in posizione strategica non voluta mi ha permesso di scandagliare lentamente volti e a questi associare momenti e impressioni ormai indelebili
di una stagione trascorsa, sicuramente alla fine felice, sicuramente algebricamente positiva, ma ci sono stati anche intervalli a volte anche lunghi percorsi da nubi grigie. Vivere un terzo della propria vita dietro una palla ovale dà gioie ma anche pene. Non riesco a extrapolarmi e a vivere con distacco le vicende sportive dalla vita privata, e non solo per il coinvolgimento personale avendo due figli in squadra, ma anche per le decine di ragazzi che negli anni ho visto e vedo crescere. Di alcuni penso, immodestamente e forse con presunzione, di conoscere tante sfaccettature che nemmeno i genitori, chè il giudizio loro spesso è viziato da “smisurato” affetto e “immenso” amore. Il rugby, così come interpretato da me, porta spesso gli animi a denudarsi o a coprirsi di scorze, a volte senti sommesse richieste di aiuto o velate grida di com-partecipazione, a volte sfacciate nudità per coprire inibizioni inconsce. Molti ragazzi acquistano con gli anni maggiore spessore in tanti ambiti e all’improvviso ti meravigli di ritrovarteli uomini, altri si ammantano di debolezze e rimarranno sempre bozzoli, ermetici bozzoli. Ma così è la vita e così passano gli anni. Quest’anno ho conosciuto ragazzi nuovi, forestieri tutti, alcuni provenienti dagli antipodi, altri da un pò più su della Trinacria. Ti accorgi che otto mesi volano in fretta, non si ha il tempo di conoscerli veramente. Superficialmente di alcuni puoi apprezzarne o disprezzarne la personalità, di altri ti rimane la gioia di un arricchimento di vita o il dolore
per la reiterata consapevolezza della debolezza umana. Non c’è in fondo diversità alle diverse latitudini ma condivise fragilità, solo i luoghi comuni ci trascinano in superficiali giudizi anche se i sentimenti e le sensazioni rimangono. Tante grazie a chi ha meritato il sole di Sicilia, molto meno a chi immeritatamente ne ha goduto.
Davide Okkiospento, ero convinto che tu fossi un mediocre fotografo. Mi debbo ricredere, sei peggio!!!
Scusami Davide, faccio pubblicamente ammenda. Non sapevo che avevi tra le mani quella caccavella di macchina fotografica della Giangravè.
[...] e io un giorno di settembre mi sono deciso ad andare al campo di allenamento dell’under 14 del Palermo Rugby con in testa l’idea di fare il mediano di mischia, unico ruolo che conoscevo e solo per sentito [...]