Mafia

Attraversare in una calda mattina d’estate per raggiungere il nuovo , ha il sapore del vecchio: del già fatto, del già vissuto. I passi che s’incollano sul pavimento della strada, mentre l’afa fa tremolare davanti agli occhi i nomi di tutti i magistrati uccisi dalla e incisi sulla pietra, sembrano riportarti indietro nel tempo. A quegli anni delle stragi che, in realtà, non sono mai finite: sono solo state sommerse.

, giudice dell’udienza preliminare, ci aspetta nel suo ufficio, con la porta chiusa e il condizionatore acceso. L’unica differenza col passato. Il resto è tutto uguale. Accanto alla sua scrivania sepolta sotto una montagna di carte, c’è la borsa e, dentro, una copia del suo libro: .

Nelle prime pagine si possono leggere due cose molto importanti: “I proventi di questo libro verranno devoluti all’Associazione Italiana contro le Leucemie” – per motivazioni personali che il magistrato non vuole rendere pubbliche – e “Ai magistrati caduti per non avere mai smesso di credere nella giustizia”, affinché la non sia alimentata solo dalle , ma anche dai .

Proprio per parlare di questo libro (ma non solo), abbiamo chiesto d’incontrare l’autore. Il dottore Morosini è giovane, affabile nei modi e, come la maggior parte delle persone che fa il suo mestiere, ha tanta voglia di parlare e confrontarsi con la gente che, come diceva , “fa il tifo per noi”. Lui, però, a differenza di e degli altri caduti nella lotta alla , ha una particolarità: non è .

Cosa ci fa a Palermo, a combattere contro Cosa Nostra, un uomo nato e cresciuto a Rimini?
(ride) Non è stata una scelta originale e non sono stato l’unico a farla. Nel 1993, dopo le stragi, in tanti abbiamo deciso di venire a svolgere il nostro lavoro di magistrati in Sicilia. Pensavamo di fare un’esperienza breve, ma diversi di noi sono rimasti. Io sono uno di questi. Durante il mio primo anno a Palermo, mi sono occupato di locazioni e successioni: è stato dal secondo anno in poi che ho cominciato a occuparmi di procedimenti contro Cosa Nostra. Ho iniziato con un processo contro capi del calibro di Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella. Fu allora che ho scoperto che il penale era il settore nel quale volevo rimanere, così come Palermo, la Sicilia. Pur essendo nato in Emilia Romagna, sono sempre stato affascinato dal meridione d’Italia. Quella che sto ancora facendo, inoltre, è un’esperienza professionale che ritengo molto formativa, anche perché le questioni che affronto non sono importanti da un punto di vista meramente giudiziario, ma anche da un punto di vista sociale, culturale, umano.

Il suo libro, “”, prende punto dall’omonimo processo contro la criminalità organizzata siciliana. A che punto è il “Gotha”?
Il processo Gotha ha concluso il suo primo grado. Io stesso ne ho scritto la sentenza, di oltre 1000 pagine, infliggendo 400 anni di carcere e confiscando beni per oltre 300 milioni di euro di valore. Per alcuni imputati (chi non si è avvalso del rito abbreviato, n.d.r.), il processo è adesso in sede di appello ed, essendo ancora in corso, non posso dire di più.

Perché ha deciso di scrivere in questo libro come si è arrivati al processo Gotha?
Il libro è nato perché la sentenza di cui parlavo prima è stata pubblicata per intero da un sito: www.avvisopubblico.it Quello che sarebbe diventato il mio editore, l’ha letta e aveva già deciso di pubblicarla. Mi contattò per sapere se fossi disposto a fornire un ulteriore contributo, raccontando come nacque quel processo e, così, eccoci qui a parlarne.

Il suo racconto si basa su diverse intercettazioni ambientali. Persino la copertina è emblematica da questo punto di vista. Non posso non chiederle, a questo punto, cosa ne pensa del ddl sulle intercettazioni…
Il ddl sulle intercettazioni è assolutamente sbagliato, secondo me, perché reputa Cosa Nostra come una criminalità organizzata che abbia solo un’ala militare e non tiene conto, invece, del fatto che se è un fenomeno che sopravvive da oltre 150 anni lo deve anche e soprattutto alla sua vocazione politica e imprenditoriale. Questo disegno di legge, inoltre, degrada le intercettazioni da mezzi di ricerca della prova a mezzi di conferma della stessa. Gli strumenti, che finora ci hanno consentito di scrivere dei veri e propri romanzi criminali, non esisteranno più e il nostro lavoro verrà messo ulteriormente in crisi.

Lei crede che certi episodi, come la scarcerazione di uno dei boss di Villabate, Antonino Mandalà, o la scoperta della lettera che i Corleonesi hanno scritto a Silvio Berlusconi, possano ancora scuotere le coscienze, oppure no?
Le risponderò tornando nuovamente sulle intercettazioni. Io ritengo, infatti, che ci debba far riflettere che, nelle intercettazioni dei politici con i loro comitati d’affari, nessun esponente di partito si preoccupi mai delle ripercussioni che il suo operato illecito può avere all’interno del partito stesso o dell’istituzione entro cui operano, opposizione compresa. L’unica cosa che li preoccupa sono le manette. Ma il nostro intervento non precede mai il danno che questi soggetti arrecano alla collettività, semmai lo segue. E tutte le nostre sanzioni, di qualunque natura siano, non potranno mai sistemare le cose. Sembra che il nostro intero sistema – inteso come società – non abbia più gli anticorpi necessari per indignarsi. È come se ci fossimo totalmente assuefatti ai comportamenti illeciti e una grossa fetta di responsabilità, in tutto questo, ce l’ha anche la qualità dell’informazione nel nostro Paese.

Touchè. A proposito d’informazioni, pensa che quelle riportate nel suo libro siano attuali ancora oggi? Mi spiego meglio. Lei ci presenta una frammentata, divisa da lotte intestine, ma precedente agli ultimi arresti eccellenti (Bernardo Provenzano, Salvatore e Sandro Lo Piccolo). Ritiene che Cosa Nostra abbia ancora questi problemi?
Assolutamente sì. Ci sono dei problemi di fondo sul tappeto, che ritengo essere ancora gli stessi: la collocazione internazionale dell’organizzazione; il modello organizzativo (verticale vs orizzontale); la presenza di un leader riconosciuto da tutti, oppure no, e la conseguente lotta per la successione; le modalità di re-investimento del denaro sporco; la scelta di quali settori economici condividere con ‘Ndrangheta e Camorra; i rapporti tra Cosa Nostra e i grandi flussi migratori. Ma è anche vero che esiste un problema generazionale, tra vecchi e nuovi boss. Questi ultimi, infatti, dimostrano sempre più spesso di non essere abili solo a sparare, ma anche e soprattutto a condurre affari. Il loro profilo culturale è più elevato di quello dei padrini del passato e si rendono sempre più autonomi nel decidere in che modo controllare il territorio. Emblematico è ciò che in questa città hanno fatto ai commercianti cinesi (a cui è dedicato il quarto capitolo del libro, n.d.r.).

Non se la deve passare meglio la giustizia, se il ministero esternalizza i suoi servizi informatici…
La consegna di banche dati a società private è pericolosa e investe responsabilità di vario genere. Sono assolutamente d’accordo con chi ha già criticato questo sistema, perché si rischia di dare un grosso vantaggio ai gruppi criminali, nel caso in cui questi ultimi riescano a impossessarsi di determinate informazioni, magari inerenti procedimenti penali in corso.

Cosa si può fare, allora, per risollevare le sorti di questo “settore” nel nostro Paese?
Per cominciare, invece di continuare a chiedere nuove leggi di contrasto all’azione mafiosa, avvaliamoci di quelle che abbiamo già. Da 25 anni a questa parte, la nostra legislazione antimafia è talmente sofisticata che dovrebbe essere applicata anche all’estero, dove prolificano i traffici di Cosa Nostra, e non solo. Preoccupiamoci di questo e anche delle risorse umane impiegate in questo settore: i magistrati sono sufficientemente formati per capire a che livello di infiltrazioni sia arrivata la ? Oltre a sapere leggere le trascrizioni delle intercettazioni ambientali, i giudici sono anche in grado di leggere documenti bancari e assetti societari? E come posso fare bene il mio lavoro io se, anziché lavorare con i 30 agenti di polizia giudiziaria da me richiesti, lavoro con soli 5 di loro, perché non me ne sono stati concessi altri? Cosa Nostra non è solo la sua ala militare e non mi stancherò mai di ripeterlo.

Ci descrive uno scenario davvero a tinte fosche…
Sì, ma non è tutto così scuro. Non sono da poco, infatti, i risultati che la società civile ha consentito di raggiungere in questi anni. Mica i disegni di legge sono tutti sbagliati, poi. L’ultimo che è stato approvato, quello sulla sicurezza, per esempio, prevede per l’imprenditore l’obbligo di denunciare richieste estorsive, pena la perdita dell’appalto. Ripeto: non è una cosa da poco.

In giro per l’Italia, quando va a presentare il libro, dice tutte queste cose?
In giro per l’Italia, per presentare del libro, ci vado per un fine meramente egoistico, che non è quello di vendere, ma quello di imparare. Spesso, quando si scrive un testo del genere, si commette un errore molto comune: si mette nero su bianco la nostra autobiografia, presentando la nostra vita attraverso il punto di vista professionale. Io ritengo, invece, che sia più giusto raccontare per filo e per segno ciò che vediamo attraverso il nostro lavoro, così da creare un dibattito con i lettori. È solo così che io capisco come si sente un commerciante che paga il pizzo nel denunciare i suoi estorsori o perché la gente voti ancora per chi viene detto loro di votare, in cambio di denaro, lavoro o quant’altro. Lo Stato non deve fornire ai suoi cittadini solo la sicurezza fisica, ma anche e soprattutto quella esistenziale. Lo Stato deve consentire ai suoi cittadini la possibilità di vivere dove vogliono, di avere un lavoro, una casa, una dignità. Solo così potranno essere realmente liberi, da qualsiasi condizionamento…e dalla paura.

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