Mi sono avvicinato al rugby quando avevo 12 o 13 anni, quando ancora la scuola a Palermo organizzava tornei studenteschi, non più di 4 anni fa, e non era nemmeno la mia scuola. Infatti, era mio fratello che andavo a vedere giocare con i suoi compagni, su al verdissimo e pieno di margherite “prato” di Gibilrossa.
Poi lui ha smesso e io un giorno di settembre mi sono deciso ad andare al campo di allenamento dell’under 14 del Palermo Rugby con in testa l’idea di fare il mediano di mischia, unico ruolo che conoscevo e solo per sentito dire.
“Buongiorno signor La Torre, ci siamo sentiti per telefono. Che cosa facciamo fare a questo ragazzo? E’ un aspirante mediano di mischia.” Così diceva mio padre a quello che ancora oggi è il mio allenatore e che mi prese per un braccio chiedendomi, ridendo, se veramente volessi fare il mediano.
“Non lo so, in effetti non so niente” dicevo io, ma con una di quelle energiche pacche sulla spalla, lui mi spediva nello spogliatoio accompagnando al gesto le parole: “Cambiati e vediamo che combini”.
Ormai gioco da più di 4 anni, e non è cambiato niente. Durante questi anni di allenamento, ho capito che il rugby non è quello che si racconta in tv: quella è solo la pubblicità che il rugby italiano fa per promuovere il movimento in Italia.
Il rugby si gioca principalmente sul campo, dove ti sporchi di fango e di sangue e in cui la palla è l’oggetto del desiderio, che va trattato come fosse l’amore della tua vita. C’è poco del brodo che ci propina la tv, in cui il rugby passa per uno sport in cui si possono commettere leggerezze senza aspettarsi una reazione e in cui si dice che a rugby possono giocare tutti.
A rugby può giocare solo chi ha voglia di sacrificarsi per lo scopo comune della vittoria finale, che si conclude sì nell’ esito del punteggio, ma anche e soprattutto nel modo in cui la vittoria si ottiene. Forse è per questo che ho visto passare centinaia di ragazzi tra le nostre file, di tutte le corporature, ma allo stesso tempo ne ho visti rimanere solo qualche decina.
Il rugby è bello perché, pur non essendo poesia, se giocato bene, suona come una bella canzone in cui ogni movimento è perfetto, in cui ogni attimo della corsa o del placcaggio vale la pena di vedere la partita, ovvero quando tutti gli uomini sono disposti in campo come note sullo spartito.
Funziona tutto come un grosso orologio macchinoso con enormi in ingranaggi. Se questi non sono ben oleati dalla pratica dell’allenamento, l’orologio avrà sempre qualche ora di ritardo, e non funziona se tutti gli ingranaggi non si muovono insieme. Non si avrà mai la precisione nell’ora, ma questa mancanza rappresenta il famoso gap che ci fa sperare in un miglioramento verso la perfezione che forse non raggiungeremo mai, ma che ci darà sempre lo stimolo per provare a colmarlo.
Per questo vale sempre la regola del “Cambiati e vediamo che combini”, perché anche se una sessione di allenamento è andata bene, adagiarsi su ciò che bene abbiamo fatto non è sufficiente per superarsi.
E incredibilmente, oggi sembro indirizzato a fare proprio il mediano di mischia.
Stefano Alaimo (l’autore è il capitano della squadra di under 18 del Palermo Rugby)

“Volevo i pantaloni”. E’ questo il titolo di un romanzo autobiografico di una nostra corregionale che mi è subito venuto in mente leggendo il titolo dell’articolo di Stefano: volevo fare il mediano di mischia. Ma è stato tutto un equivoco: credevo che il desiderio fosse della Barbara Giangravè. Perchè lei ha le fisique du role in un’ipotetica squadra di rugby. Ma equivoco fu e non staremo a disquisire. Complimenti a Stefanuzzo che si cimenta a tradurre sensazioni in parole, compito sempre difficile, perchè spesso le sensazioni bisogna condividerle. Una cosa, però, sicuramente ha trasmesso: lo smisurato amore per una palla storta.