Al 31 dicembre 1890, Caltanissetta ha una popolazione di 33.932 abitanti e sorge sopra una pianura che domina la profonda e fertile valle del fiume Salso [il nome deriva dal sapore salmastro delle acque immesse da un fiumicello che viene dalle miniere di salgemma prossime alla città] e, con una superba veduta su Pietraperzia, altura a sud-est, su due quadrate vette gemelle di Castrogiovanni (poi chiamata Enna e definita da Diodoro e da Callimaco ombilico della Sicilia) e Calascibetta a est-nord-est, nonché oltre esse sul grande e poderoso massiccio dell’Etna.
Antica fortezza, detta Castello di Pietrarossa, Caltanissetta ha strade diritte, larghe e fiancheggiate da fabbricati fra cui parecchi sontuosi palazzi, belle chiese e ricchi conventi pieni di oggetti d’arte. Il tessuto urbano crebbe organicamente solo dopo il devastante terremoto del 1567 allorchè furono formati i due assi principali della città: il corso Vittorio Emanuele (in direzione Ovest-Est) e il corso Umberto I (in direzione Nord-Sud).
Poche sono le prove storiche dell’origine della città, ma pare sia stata costruita sulle rovine dell’antica Petiliana (colonia romana fondata dal console Lucio Petilio) o, ancor più credibile, sulla sicana Nisa da cui deriva il nome saraceno Kalat-Nissa. In arabo, infatti, Qal’at vuol dire Castello, Nissa significa Donna e potrebbe essere l’origine dell’attuale nome, Caltanissetta [Castello delle donne].
Fu con certezza occupata dai Saraceni ai quali nel 1086 fu tolta dal conte Ruggero per darla al figlio Giordano. Passò poi alla sorella Matilde, madre di Adelasia che fu moglie di Rinaldo d’Aquila e che a Caltanissetta è sepolta. Durante il dominio degli Aragonesi, Caltanissetta fu elevata a contea e primo conte fu nominato Raimondo Alemanno. Appartenne, in seguito, ai duchi di Randazzo e poi alla famiglia Moncada dei principi di Paternò.
Nel febbraio del 1567 il castello di Pietrarossa crollò a causa di un terremoto e di esso rimasero in piedi solo i resti di due torri. Nel 1718 fu uno dei centri di rivolta contro i Savoia e costrinse l’esercito sabaudo ad abbandonare la città. Divenne capoluogo di provincia nel 1818, durante il dominio borbonico, e due anni dopo si rifiutò di far parte dei moti liberali subendo assalti per saccheggio da parte di alcune bande guidate dal marchese di San Cataldo.
Aderì alla rivoluzione del 1848 e si distinse, infine, per lo spirito patriottico nella rivoluzione del 1860 partecipando numerosa alle insurrezioni e tra le truppe garibaldine dei Mille. Da ricordare la Badìa di Santo Spirito, a tre chilometri dalla città, che sorge su un luogo utilizzato per il culto già in epoca bizantina e costituisce uno dei monumenti più importanti dell’architettura normanna, fondata dal conte Ruggero (Ruggero I di Sicilia) e da sua moglie Adelasia.
Fu consacrata nel 1153 e affidata ai canonici agostiniani nel 1178, agli abati nel 1361 e ai padri cappuccini nel 1759. Mentre non si ha certezza della data di fondazione, l’anno della consacrazione è, invece, certo perché ricordato in una lapide posta all’interno della chiesa stessa.
Numerosi sono gli elementi di costruzione che l’abbazia ha mutuato dall’antico casale arabo: la parete di destra e quella dietro il fronte battesimale erano mura esterne del casale, il cui interno è occupato dalla biblioteca, mentre la sacrestia è il luogo già destinato a guardiola. Vi si ammirano alcuni buoni affreschi e una piccola urna sepolcrale marmorea che serve da pila per l’acqua santa. L’affresco di Sant’Agostino, quello della Pietà e l’affresco del Cristo Benedicente risalgono al XV secolo. Il Crocifisso dello Staglio, in tempera grassa su tavola, è l’opera più preziosa conservata nell’abbazia.
Benedetto Fontana


















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