Alla fine del 1890 la città di Palermo ha una popolazione di 267.416 abitanti e “siede” in un golfo incantevole circondata da un’alta, ininterrotta catena di monti lunga 75 chilometri (la Conca d’oro con i suoi fioriti giardini, aranceti e limoneti) che inizia a est, dal monte Catalfano presso Capo Zafferano, e finisce a nord-ovest con il monte Pellegrino [già monte Heirkta], a soli 15 Km in linea retta.
La città forma un rettangolo con il lato minore rivolto al mare ed è divisa da due grandi vie (via Vittorio Emanuele [già via Toledo e Cassero] e via Maqueda [dal nome del vicerè che cominciò a costruirla nel 1600]) che s’intersecano in piazza Vigliena (quattro cantoni) in quattro rettangoli più piccoli. Palermo, circondata da bastioni, era collegata con la campagna attraverso antichi ingressi: le porte Felice, dei Greci, Nuova, Reale, di Termini (o Garibaldi), S. Antonino (o di Vicari), Sant’Agata, Montalto, di Castro, Guccia, d’Ossuna, Carini, Maqueda, San Giorgio, Carbone, Doganella.
Anche se il nome Panormo (Palermo) – noto dal 480 a.C. allorchè Amilcare VI sbarcò con un grande esercito cartaginese - derivi dal greco, essa non era una colonia greca, ma d’origine fenicia. Non c’è un esplicito riferimento al nome fenicio della città, ma sono attribuite a Palermo le monete fenicie con la legenda “dei cittadini di Ziz” (fiore) che sarebbe, appunto, il nome semitico di Palermo.
Panormo fu presa nel 255-254 a.C. dai consoli romani A. Atilio Calatino e G. Cornelio Scipione e divenne una delle principali stazioni navali dei Romani, punto di massima importanza per le operazioni strategiche belliche. Cicerone la ricorda nelle Verrine come città florida e popolosa, una delle più importanti dell’isola tra le marittime e commerciali e divenne Colonia Augusta Panormitanorum.
Nel 535 fu tolta ai Goti da Belisario e rimase ai Bizantini fino all’anno 831 quando fu conquistata dai Saraceni che le ridiedero potenza e floridezza. Nel 1072 fu presa dai Normanni e nel 1130 Ruggero II vi fu incoronato, nella cattedrale, Re di Sicilia, facendola diventare il centro ove affluiva il commercio dell’Europa e dell’Asia e vi si parlava italiano, arabo, greco, latino, francese. Palermo fiorì in sommo grado sotto gli Hohenstaufen e Federico II, nei suoi giardini, sviluppò il suo amore per l’arte e la poesia, introdusse costumi arabi e provenzali comprendendo il francese e parlando l’italiano, il latino, l’arabo ed il tedesco. Predilesse la matematica, la medicina e le scienze naturali che trovò già molto avanzate presso i Musulmani.
Sotto gli Aragonesi, alla morte di Federico III Re di Trinacria, la Sicilia fu divisa in 4 vicarie e a Palermo – a capo di val di Mazara – era vicario Manfredi Chiaramonte che diede la figlia in moglie al Re di Napoli, edificò un palazzo principesco (già detto Hosterium e volgarmente Steri, in arabo magnifico, dimora poi dei vicerè), ampliò la città a est e l’arricchì con chiese monumentali. Sotto il Governo spagnolo e con il vicerè Marcantonio Colonna furono costruiti palazzi signorili, un nuovo molo con una bella passeggiata lungo la marina. La dominazione spagnola, che non fu meno tirannica della francese e a cui i Siciliani si ribellarono, cessò con il passaggio a Vittorio Amedeo di Savoia che venne con gran pompa a Palermo a prendere possesso dello Stato.
Palermo ridivenne sede della Corte quando Ferdinando IV di Borbone fu costretto a fuggire da Napoli dinanzi alle armi vittoriose della repubblica francese e la tirannide borbonica fu temperata nel 1812 con la Nuova Costituzione conforme a quella vigente in Inghilterra. Abolita essa, Palermo insorse con sommosse spente nel sangue finchè non ottenne l’autonomia e l’indipendenza e successivamente, con l’arrivo di Garibaldi, l’annessione al Regno d’Italia.
Un palazzo da ricordare è il Palazzo Reale che pare sia sorto su un’antica rocca esistente ai tempi dei Romani. Nel IX secolo era lì il palazzo degli Emiri, distrutto e riedificato dal conte Ruggero, poi ingrandito da Guglielmo I. Il vicerè Giovanni De Vega nel 1553 fece abbattere una torre, detta rossa, costruita di mattoni, perché impediva alla reggia la vista della città. Più tardi il vicerè duca di Maqueda fece costruire il prospetto attuale con finestre e balconi. Delle due torri, la Greca fu abbattuta mentre la Pisana (o Santa Ninfa) esiste ancora. L’atrio ha quattro portici intorno sostenuti da grosse colonne e per due scale si accede ai piani superiori. Nel secondo sono gli appartamenti reali, tra i quali la sala detta del Parlamento (anche ora di quello regionale). Vi sono poi la sala dei vicerè (per i ritratti), quella del trono, quella delle udienze e altre. Del tempo dei Normanni rimane la famosa Cappella Palatina (1140) e la bella Stanza di Ruggero con mosaici su fondo d’oro.
Benedetto Fontana


Bello questo affresco della tua Palermo. Ho visto che hai sorvolato sulla testa del povero Andrea Chiaramonte, che rotolava da Palazzo Steri sulla prospiciente Piazza Marina. Questo mi ha ricordato il vezzo consolidato dei reggitori del Palazzo, cioè quello di far saltare “le teste“, vuoi per quelle coronate, vuoi per quelle di semplici revisori!