Egregio presidente Napolitano,
chi le scrive è un suo coetaneo – sicuramente meno noto – ma che, con lei, condivide la stessa età e la stessa provenienza meridionale: lei, anzi, essendo nato a Napoli, è più “nordico” di me, che sono nato in un paese dell’entroterra siciliano.
In questa spirale di bassezze senza fine, ho deciso di scriverle nella speranza che il suo ruolo, da sempre considerato meramente simbolico in Italia, possa finalmente avere, invece, la sua reale funzione di rappresentatività dell’unità nazionale.
Prima, però, la pregherei di richiamare all’ordine chi ci governa perché, dall’alto dei miei 84 anni, ritengo di poter dire che questo paese non merita, non fino in fondo almeno, lo scempio al quale viene sottoposto da più di 60 anni a questa parte.
Io sono nato nello stesso anno in cui si costituì un altro regime in Italia, ma ho avuto la fortuna – seppure venti anni dopo – di vedere la sua fine. Adesso vorrei avere la fortuna di concludere la mia vita solo dopo aver visto la fine anche di questo. E – glielo assicuro – non aspiro certo a diventare un centenario.
Nei miei oltre tre quarti di secolo ho visto e vissuto davvero di tutto…e ho combattuto, tanto. Ho combattuto quella follia umana che è stata il nazifascismo e quell’altra, ancora esistente purtroppo, che è la mafia. Ma non avrei mai pensato di dovermi arrendere di fronte all’arroganza del potere. E non voglio farlo.
Io, che qui sono nato e cresciuto, che in Sicilia (da me sempre considerata parte integrante dell’Italia) mi sono formato e ho lavorato, che nella mia terra ho incontrato la mia compagna di vita e sono diventato padre prima e nonno poi, non voglio sventolare bandiera bianca al cospetto della prepotenza di chi non ama questo paese neanche un decimo di quanto lo amo io.
Io, che negli anni ho sofferto e pianto di dolore assistendo al sacrificio (che mi ostino ancora a ritenere NON vano) di tanti uomini e donne ma che, nonostante questo, non ho mai pensato di passare dall’altra parte della barricata, pretendo il rispetto che si deve a tutte queste persone, alla loro memoria e al paese nel quale sono nati e sono – ahimè – anche morti.
La prego, dunque, presidente, di non lasciare che il mio appello – così come quello di milioni di altri Italiani, contattati grazie all’aiuto dei miei nipoti e delle infinite potenzialità di internet – rimanga inascoltato. Il paese ha bisogno di lei e di una nuova credibilità, sia nazionale che internazionale.
Cordialmente,
un Siciliano stanco ma (ancora) fiducioso.


















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